Eccomi

Blogger: soresina
Nome: nedda
Voglio presentarmi ai visitatori, in modo che possano farsi un'idea della persona che li invita ad entrare. Sono un'insegnante di scuola elementare in pensione da molti anni. Ho passato gli ottanta ed ancora provo interesse per tutto ciò che avviene intorno a me. Questa faccenda dei siti mi intriga parecchio perché li trovo un modo nuovo di incontrare, sia pure virtualmente, persone nuove, per scambiarsi idee, esperienze, paure e speranze. Sono nonna e trisnonna e seguo il consiglio dato da un dirigente agli anziani invitati a partecipare ad un corso per imparare ad usare il computer. "......non abbia a succedere che un vostro nipotino vi dica "stai lontano dal mio computer, potresti combinare guai!". Vi riporto questo discorso per scherzare su una realtà molto seria. Quando, in tempi molto lontani, un film, bello o brutto che fosse, riempiva le sale, ci fu un imponente movimento d'opinioni che , vedendone soltanto il lato negativo, tendeva a distogliere gli aspiranti spettatori, e in modo speciali noi giovani, da un divertimento pericolosissimo per la morale. Un decennio dopo circa, i film, quelli adatti, e magari purgati, venivano proiettati nelle sale parrocchiali procurando ai ragazzini un enorme divertimento ed ai genitori un paio d'ore di pace domestica. Ora lo sviluppo della tecnica e della scienza ci offre nuove possibilità. Non è meraviglioso che anche noi vecchietti possiamo approfittarne per un vicendevole aiuto? Mi scuso di usare spesso la parola "vecchietto" al posto di anziano; spero che nessuno mi consideri poco rispettosa. Nella parola "vecchio" ci sento tanta verità mentre nella parola "anziano" ci sento l'ipocrisia. Chi legge sceglierà di chiamarmi come più gli piace. Bella gente ,(come dice il Gabibbo) , vi prego, entrate nel mio sito, sarete i benvenuti. Molto cordialmente vi saluto.

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sabato, 30 aprile 2005

GIOCHI ECOLGICI ed ECONOMICI

 

 

Quando eravamo piccoli noi, che ora siamo già nella quarta età, di soldi ce n’erano pochi pochi e quindi i balocchi non c’ erano praticamente, tuttavia passavamo moltissimo tempo a giocare, con balocchi inventati da noi bambini.

Per fortuna la fantasia non manca nei bimbi,e li porta a trasformare molti oggetti in giocattoli.

Chi non ha giocato con quelle spighette che crescono nei prati e sul bordo delle strade?Mettevamo una spighetta dentro la manica, all’altezza del polso e ci si divertiva a seguire il suo percorso su su, fino alla spalla!

I papaveri ancora in boccio li staccavamo dalla pianta lasciando un centimetro di gambo, si  capovolgevano, si aprivano i due sepali verdi quel tanto da mettere in vista i petali colorati sottostanti ed il pezzettino di gambo si infilava nel “cuore” tolto da un papavero già fiorito: alla fine avevamo delle damine, col mantello verde, la sottana rossa e la testina nera, con cui giocavamo alle bamboline.

Tra il grano cresceva una pianticella che dava fiori di color viola, con la corolla simile a quella della bocca di lupo, aveva uno sperone che si prestava ad infilare un fiore nell’altro così da formare collane,  braccialetti e diademi con cui adornarsi e sentirsi principesse!

Detto tra parentesi, un campo di grano maturo era uno spettacolo di colori, l’oro delle spighe, l’azzurro dei fiordalisi, il rosso dei papaveri, o rosolacci. Con la modernità il grano cresce e matura senza più quelle macchie di colore date da quelle pianticelle ora messe al bando.

Postato da: soresina a 14:07 | link | commenti (4)

mercoledì, 27 aprile 2005

Proverbi e detti

 

Ai “miei” tempi in chiesa ed anche in casa si pregava in latino e dai oggi, dai domani, un po’ di latino restava  attaccato anche nel parlare comune della gente del popolo.

La mamma, ai figli che non davano retta alle sue raccomandazioni diceva:”Vox clamans in deserto”., naturalmente pensava a S.Giovanni Battista che  urlava ai presenti i suoi avvertimenti,senza che essi se ne preoccupassero più di tanto.

 

Detto scherzoso, usato quando i  commensali stanno per servirsi di cibo dalle zuppiere o dai vassoi:

“beati gli ultimi....se i primi saranno prudenti (nel prendere una giusta quantità di cibo e non scegliere sempre le parti migliori desiderate anche da altri).

A proposito di vino si recitava:

Diceva Noè, gran patriarca, patrono dell’arca,

l’acqua fa male e il vino fa cantare.

E allegramente, per farsi perdonare un  bicchiere  di vino di troppo:

Fin che ce n’è, viva Noè

Quando non ce n’è più

 viva Gesù!

(cioè, in mancanza di vino, berremo allegramente anche l’acqua.

Sotto la neve pane-diceva la maestra- sotto la pioggia, fame.

Qui in Casentino, siamo oltre la prima decade di marzo, sui monti alti c’è ancora  la neve; in basso è andata via , lasciando di nuovo libere e vitali le violette, che per giorni aveva tenuto nascoste per giorni  sotto la sua candida coltre.

Se qualcuno desidera rileggersi i vecchi proverbi, li trova nei libri.

Oggigiorno si rispolverano le cose antiche, detti, canzoni, melodie, proverbi, ricette, finora io non vedo che ci sia chi si occupa delle antiche Laudi, quelle che venivano cantate in chiesa .

Ho avuto il piacere di ascoltare da persone anziane, quasi sempre donne, bellissime e lunghe laudi in onore di Maria, e madre di tutti. Penso che siano laudi tramandate di madre in figlia, per molte generazioni, e che di scritte non se ne trovino.

Eppure le Laudi hanno significato molto per il popolo cristiano per secoli e secoli. Nella laude si loda, si prega, si ringrazia, si venera, si apre l’animo all’affetto per Maria ed alla confidenza.

Oggigiorno ci sono bravi dottori che ci aiutano quando abbiamo difficoltà di “spirito”, in passato non esistevano; e l’unico aiuto che poteva venire ai sofferenti stava nella confessione-confidenza presso il sacerdote e, molto di più nel rivolgersi al Signore, a Maria, ai Santi.

Non voglio ripetermi, perché ho già scritto discorsi simili a questo, però voglio ribadire che raccogliere queste antiche laudi sarebbe anche un “affare” remunerativo per chi volesse occuparsene, ché “per nulla, non muove la coda nemmeno l’asino”.
Come c’è un vasto mercato di canzoni profane dei vecchi tempi, con consistenti guadagni altrettanti guadagni farebbe chi raccogliesse le Laudi del passato. 

C’è ancora un po’ di tempo per occuparsene; infatti chi le recita o le canta,  è molto avanti negli anni e, per poco che lo si faccia aspettare, non potrà più dettare o cantare le antiche Laudi, perché se ne sarà andato a cantarle in Cielo!

Postato da: soresina a 14:20 | link | commenti (5)

Appelli

In memoria del mio povero papà, classe milleottocento.....

Era un uomo umile, grande lavoratore che davo molto e chiedeva poco eppure fu trattato come una bestia, che non ha sentimenti o forse ce li ha, più di quanto non ci immaginiamo noi.

Aveva addosso un male che a quei tempi (anno 1943) non conosceva cure.

Il medico generico gli disse di farsi fare i raggi, il papà andò a farsi fare la radiografia ed andò, puntuale, a ritirarla. Non ricordo se il radiologo fosse anche dottore in medicina, penso di sì, comunque era certamente una persona istruita, a differenza del papà che aveva fatto pochi  mesi di prima elementare, breve tempo che gli bastò per imparare a leggere e a scrivere, a far di conto avrebbe imparato da solo.

 Il radiologo gli consegnò la radiografia e gli comunicò la condanna, sei, sette mesi di vita! Così, brutalmente, e crudelmente!

Il poveruomo accusò il colpo,  con molta dignità anche se con indicibile pena.

Visse in effetti quei pochi mesi previsti, consumandosi come una candela, e tuttavia un barlume di speranza non lo abbandonò: morire per morire, volle sottoporsi all’operazione chirurgica: visse tre giorni ancora e poi si spense. Aveva 63 anni.

Come si fa a leggere al malato la sua condanna a morte?

Cosa aveva al posto del cuore, quel radiologo? Una pietra?

Un luminare della medicina che cura i tumori, professor Veronesi, ha detto e ripetuto in t.v. che il malato desidera sempre,ed in ogni caso, sentirsi dire dal medico che c’è speranza di guarire o come minimo di poter vivere anche se malato.

Ma il professor Veronesi, oltre che persona specializzata nel suo ramo,è un medico che  non ha dimenticato di essere in primo luogo un uomo e la pietà alberga nel suo cuore.

Io non ho dimenticato come fu trattato mio padre.

Ignoro come si proceda ai nostri giorni nel caso di malattie dovute al cancro: se, quando e come comunicare al malato la dura notizia: mi auguro che i dottori abbiano più cuore e più rispetto della persona umana di quel radiologo di cui ho parlato: si comportò come se avesse avuto nelle mani un coltello affilato con cui colpire sadicamente e a morte un uomo senza difese.

Postato da: soresina a 14:11 | link | commenti (2)

Il Cappello da Bersagliere 
 
"Apriteci le porte, che passano che passano,
apriteci le porte, che passano i bersaglieri!"
Volava per le strade delle città e dei paesi l'allegro e baldo canto dei soldati che arrivavano di corsa e subito sparivano. La gente si affacciava alle porte e alle finestre, si faceva sulla via per vedere meglio il gaio spettacolo. Tutti applaudivano entusiasti. "Che belli, che bravi, i bersaglieri. Evviva, evviva!" 
 
I bambini tendevano le mani come a voler fermare quel turbine di colori, di passi in corsa, di suoni squillanti. 
 
Loro, i bersaglieri, tenevano perfettamente il passo e le distanze, senza guardare né a destra né a sinistra, solo in avanti e forse qualcuno aveva anche il timore che gli scappasse via il cappello dalle lucenti piume multicolori, e in più suonavano le trombe.

In una famiglia di mia conoscenza, grandi e piccini parlano spesso di bersaglieri, mentre guardano verso una vetrinetta del soggiorno nella quale fa bella mostra di sé un cappello da Bersagliere di colore grigioverde con tante belle piume iridate. E' il cappello del nonno Garibaldo che, alla visita militare, venne scelto per il Corpo dei bersaglieri.
Garibaldo era molto robusto e correre per lui sarebbe stato un gioco. Aveva anche una bella voce e tutti amavano sentirlo cantare durante le feste del paese. Cantava con gli amici per stare in allegria e cantava anche in casa assieme ai familiari, e spesso cantava canzoni militari specialmente quelle dei Bersaglieri 
Dopo che Garibaldo fu scelto Bersagliere alla visita medica, uno degli ufficiali gli chiese: 
 
"Tu sai cantare?" 
 
"Io canto ma non so se canto bene o male." 
 
"Cantami qualcosa, poi sarò io a dare il giudizio." 
"Signor ufficiale, sono un contadino, di canzoni ne so poche e qualcuna è in dialetto." 
"La conosci La bandiera dai tre colori?"
"Certo, l'ho imparata a scuola e me la ricordo benissimo." 
Garibaldo intonò con la sua bella voce, potente e chiara: 
"E la bandiera dai tre colori, 
è sempre stata la più bella!
Noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà!" 
Gli ufficiali ed i giovani in attesa della visita medica scoppiarono in un fragoroso applauso: "Bravo! Bravo! Bravo!" gridarono tutti, contenti di quel piccolo intermezzo musicale fuori programma. 
L'ufficiale, amante della musica, disse a Garibaldo; 
"La tua voce è molto bella e forte; vuoi far parte del coro dei Bersaglieri?" 
"Con molto piacere, signor Ufficiale!" 
Passò del tempo e per Garibaldo venne il giorno di partire soldato. Garibaldo sarebbe rimasto volentieri a casa per aiutare i suoi familiari nel lavoro dei campi ma ciò non era possibile. Chi si rifiutava di fare il soldato veniva messo in carcere per punizione. 
Tutti i parenti e i conoscenti accompagnarono Garibaldo alla stazione e quando il treno entrò in stazione, ci furono tanti baci e abbracci e anche lacrime e sospiri. 
Garibaldo saliva sul treno per la prima volta: gli fece molta impressione vedere gli alberi venirgli incontro velocemente, come se fossero loro a muoversi e non il treno. Il treno andava con la locomotiva a vapore; dal finestrino aperto entrava fuliggine perciò lo chiuse e si accomodò nello scompartimento semivuoto per fare una dormitina: non che avesse sonno, solo che era piuttosto annoiato dalla monotonia del viaggio. 
Quando il treno arrivò alla città, Garibaldo saltò giù dal vagone e subito si sgranchì le gambe e fece dei lunghi respiri, raccolse il suo fagottino e chiese informazioni per recarsi alla Caserma. 
Così comincio la vita di soldato per Garibaldo, istruzione, marce e così via; in più dovette imparare a correre al passo coi compagni e a suonare la tromba mentre correva. Il correre e il cantare correndo per lui erano cose nuove ed anche un po' ridicole. La sua grande preoccupazione era quella di perdere il cappello durante la corsa. Il cappello lo teneva con molta cura, lo spolverava spesso e scoteva leggermente le piume iridescenti perché‚ potessero ondeggiare in tutta la loro bellezza e levità. 
Durante la libera uscita, Garibaldo andava al cinema. Si divertiva a vedere Ridolini, Charlot, Stanlio e Ollio, si commuoveva ai film d'amore, palpitava per la sorte del suo eroe nei film di guerra e d'avventura. 
Garibaldo provava del tenero per una ragazza del suo paese di nome Cordelia, erano stati compagni di scuola ma, crescendo, si erano persi di vista e non avevano più occasioni di parlare assieme. La ragazza aveva un visi pieno di dolcezza e il giovane pensava - 
"Quando mi danno il congedo andrò a farle visita e le chiederò se vuole fidanzarsi con me. Io non sono ricco però sono un buon lavoratore; la forza e la buona volontà non mi mancano e mio padre ha detto più volte: 
"Garibaldo, quando penserai a sposarti ti darò in possesso i campi sotto casa, sono del parere di non aspettare a lasciarteli nel testamento perché‚ se diventano tuoi ora, tu li lavorerai con più amore e sarà tutto di guadagnato per te, per la tua sposa e per i figli che ti nasceranno." 
Garibaldo in caserma si era fatto amico di molti giovani, però Michele era l'amico preferito. 
Un giorno Michele disse a Garibaldo: 
"Per domenica prossima sono invitato dai miei parenti mi hanno invitato ad una festa in famiglia, mi hanno detto di portare chi voglio ed io ho pensato a te. Si farà una bella mangiata di cose buone, si berranno vini della cantina, si converserà, si scherzerà, si canterà. Con la tua bella voce e il tuo bell'aspetto ruberai il cuore a più d'una ragazza da marito! Pensi di venire?"
"Non mi sembra vero di cambiare aria e di passare un giorno lontano dalla caserma. Quanto a rubare il cuore alle ragazze, non mi interessa."  
 "Lo so, lo so, ho detto per scherzare. So per certo che domenica ci daranno il permesso. Il paese non è lontano, una mezz'ora di treno e poi dieci minuti a piedi. Rimaniamo d’accordo per domenica mattina alle nove. Va bene?" 
"A meraviglia! Ciao. "Ciao." 
La domenica mattina, puntuali, i due bersaglieri vestiti con la divisa più bella, col cappello piumato in testa, uscirono dalla caserma e si diressero alla stazione per prendere il treno delle 9.30 diretto a Fontechiara. 
Arrivati alla stazione del paese, trovarono un folto gruppo di persone che li aspettava sotto la pensilina. Saluti, abbracci, presentazioni, tanta allegria e cordialità. Poi tutti insieme si diressero verso il podere Querciola dove abitavano i nonni, gli zii e i cugini di Michele e dopo quindici minuti, naturalmente a piedi, furono sull'aia dove le donne giovani e le ragazze avevano apparecchiato tre lunghi tavoli. 
Acqua e vino, birra e bibite varie erano già pronti e ognuno si poté dissetare nel modo preferito. I bambini guardavano con gli occhi spalancati i due bei ragazzoni e in modo particolare, ammirarono i cappelli ornati di belle piume lucenti, che i bersaglieri si erano tolti ed avevano posato sulle seggiole ancora non occupate. 
 I bambini avrebbero desiderato provarsi quei cappelli meravigliosi ma non ebbero il coraggio di chiederlo e si limitarono a guardarli. Le giovani cameriere si fecero dare giacche e cappelli dagli ospiti e li portarono in casa. Ancora qualche minuto e tutto sarebbe stato pronto da portare in tavola.
Quando i commensali si furono accomodati, le ragazze cominciarono a servire gli antipasti, poi portarono i primi piatti poi i secondi, le verdure cotte, le insalate e via via fino al dolce accompagnato dallo spumante.
Non ho specificato che cosa hanno mangiato e che cosa hanno bevuto quelle simpatiche persone, perché ai lettori piccoli non interessa e gli eventuali lettori adulti si scandalizzerebbero davanti alla mia ignoranza in fatto di cucina. Però, riguardo alla cucina e alle sue prelibatezze, non dimenticherò di dirvi che tutti mangiarono con entusiasmo e con formidabile appetito, che ci furono svariati brindisi e calorosi applausi per le cuoche, e molti scherzosi e rustici complimenti per le ragazze che avevano fatto da cameriere. Il gruppo si trattenne a tavola in allegra conversazione, poi Michele disse:
"Garibaldo ha una bella voce, fatelo cantare."
Il giovane, un po' su di giri ché  il vino bevuto era schietto, di quel vino che dona allegria, non si fece pregare ma chiese:
"Che canzone volete sentire? Se fosse una canzone che conoscete anche voi, si farebbe un bel coro!"
"Potresti cantare la canzone dei bersaglieri; quella la sappiamo anche noi, bambini compresi."
Garibaldo attaccò tutto allegro con voce tonante:
"Quando passano per via, gli animosi bersaglieri."
Alla sua voce, si unirono le voci di tutti i presenti intonati e stonati, e ne venne un coro fantastico dalla gente delle case vicine e che è rimasto memorabile in quel paese.
Garibaldo cantò varie altre canzoni ed ebbe un sacco di lodi e di applausi. Il nonno di Michele, capo della grande famiglia disse: 
"Garibaldo, Michele, oggi ci avete fatto passare delle ore felici, grazie. Tornate presto qui da noi, vi accoglieremo a braccia aperte! Ora io mi ritiro in casa perché ‚ sono vecchio e mi stanco presto. Arrivederci a tutti e grazie della compagnia!"
Tra le ragazze che avevano servito a tavola, Garibaldo aveva notato una bella brunetta con le trecce lucenti attorte intorno al capo, gli occhi neri, il corpo snello e agile. Era la cugina di Michele e si chiamava Lucia. Quando lei gli passava vicino, Garibaldo si sentiva tutto emozionato.
Finito il pranzo, le ragazze sparecchiarono rapidamente e spostarono tavoli e sedie, in modo da creare una ampio spazio per il ballo. 
 Un giovane che aveva portato la fisarmonica, cominciò a suonare allegri ballabili. Piano piano si formarono le coppie, mentre Garibaldo cercava con gli occhi Lucia per invitarla a ballare con lui.  
Anche Lucia aveva notato quel bel giovanotto forte e gentile e fu ben lieta di accettare l'invito. 
Intanto si avvicinava per Garibaldo e Michele l'ora di partire per tornare alla città alla loro vita di soldati. Lucia si affrettò in casa per ritirare le giacche e i cappelli dei due giovani e si accorse con enorme sgomento che mancava il cappello di Garibaldo.
In grande affanno cercò in tutta la casa ma non lo trovò. Allora usci sull'aia e gridò:
"Garibaldo! Purtroppo ho da darti una brutta notizia: il tuo cappello non si trova più!
In casa non c’è, abbiamo cercato dappertutto"
"Povero me" - esclamò Garibaldo - bisogna che io lo trovi perché ‚ senza cappello non posso circolare, se mi trovano, mi mettono agli arresti. E un bersagliere senza cappello non s'è mai visto. Se in casa non si trova, lo cercheremo qui fuori, vi prego, aiutatemi a trovarlo!" 
Tutta la famiglia partecipò alla ricerca del cappello: frugarono nelle siepi che circondavano la casa da tre lati ma senza risultato. Dietro la casa una fila di cipressi alti e fitti formavano una specie di muro verde che la difendeva dal gelido vento di tramontana. 
Nello spazio tra i cipressi e la casa il cappello non c'era e l'angoscia di Garibaldo aumentava. Lucia ne provò pena e gli disse:
"Non disperarti, il cappello non deve essere molto lontano, vedrai che lo troviamo, non abbiamo ancora cercato dall'altra parte della siepe di cipressi."
Tutto il gruppo dei cercatori girò dietro i cipressi e la prima cosa che videro furono numerose cornacchie che volavano incerte e agitate vicino ai cipressi. "Che ci fanno qui tante cornacchie insieme? Non le abbiamo mai viste così numerose prima d'ora!" 
I
 ragazzini corsero avanti e dopo poco gridarono tutti eccitati:
"Venite qua! Venite a vedere che cosa abbiamo trovato!"
Tutti accorsero a vedere. Ad un paio di metri dal tronco di un cipresso c'era un antico ceppo di quercia e sul ceppo troneggiava il cappello da Bersagliere di Garibaldo come un Santo sul suo piedistallo. Ai piedi del ceppo, erano disposti con molto garbo,fiori dalle tinte sgargianti, bacche rosse, bacche blu, noci, noccioline, conchiglie, sassolini, oggettini di plastica, biglie, caramelle, pezzettini di specchio, puntine colorate da disegno, soldini, medaglie e tante foglie lucenti tutt'intorno. 
 
Garibaldo era il più felice di tutti e gridava:
"Eccolo il mio cappello! Dio sia lodato! E grazie a voi tutti che mi avete aiutato a ritrovarlo! Ma come avrà fatto ad arrivare qua?" 
Tutti si guardarono intorno e poi alzarono gli occhi verso l'alto dove le cornacchie volavano al di sopra del ceppo gracchiando inquiete. Una di loro, la più grossa e forse la più anziana fece una lunga gracchiata come se volesse dare spiegazioni alla domanda di Garibaldo.
Uno dei ragazzini, che passava molto tempo a guardare e ad ascoltare il verso delle cornacchie, fu in grado di capire quello che la grande cornacchia aveva detto e lo riferì a tutti i presenti.  
"Le cornacchie, volando vicine alla casa, avevano visto che nel corridoio c'erano dei cappelli con le piume. Hanno pensato che forse erano le piume della loro regina Pennalunga uccisa dai cacciatori; perciò quattro di loro sono entrate dalla finestra del corridoio e hanno preso il cappello con i loro becchi, lo hanno portato via a volo e lo hanno deposto. sul ceppo per avere un monumento in onore e in memoria della loro amata regina, vittima dei cacciatori." 
"Care cornacchie - disse Garibaldo - mi dispiace davvero, ma io devo riprendermi il cappello, altrimenti sono guai grossi per me però vi prometto che tra pochi giorni ritornerò qui con un mazzo di splendide piume e lo deporrò sul ceppo così il vostro monumento sarà di nuovo completo. Ora devo andarmene alla svelta, assieme al mio amico Michele altrimenti arriveremo tardi in caserma e saremo puniti. Avete capito? Siete d’accordo?"
Il bambino che capiva il linguaggio delle cornacchie e che aveva osservato il loro volo e ascoltato il loro gracchiare, tradusse a Garibaldo:
" Dicono che va bene e che ti aspettano presto."
Garibaldo si mise in testa il cappello da bersagliere e insieme a tutti gli altri, ritornò sull'aia, prese la giacca che gli porgeva Lucia e cominciò a prendere commiato da quelle simpatiche e gentili persone. Aveva passato delle bellissime ore con loro, e se non fosse stato necessario perdere tempo per cercare il cappello sparito avrebbe avuto modo di chiacchierare un po' con Lucia.
Garibaldo e Michele furono accompagnati alla stazione da un gruppetto di parenti; arrivarono in orario per il treno diretto alla città e rientrarono regolarmente in caserma.
Il seguito della storia dice che Garibaldo, quando portò le piume alle cornacchie per il monumento della loro regina, si fidanzò con Lucia. Un anno dopo la sposò e la portò al suo paese. 
Il cappello galeotto fu messo nella vetrinetta dove sta ancora a ricordare il felice incontro di Garibaldo con Lucia. Anche ora che Lucia e Garibaldo sono nonni, quando passano davanti alla vetrinetta, si scambiano un sorriso e ripensano alla loro lontana gioventù. Quando in famiglia si fa festa, i nipotini dicono, mentre gli porgono il cappello.
"Nonno Garibaldo, mettiti il cappello da bersagliere! "
Lui li accontenta e loro gridano: "Evviva, evviva il nonno bersagliere!" e battono le mani tutti contenti.
E poi: - Nonno, facciamo una corsetta?- 
Il nonno Garibaldo sta allo scherzo, si alza in piedi e, senza spostarsi, fa i movimenti della corsa mentre i nipotini corrono davvero intorno al tavolo e quando passano dietro al nonno, fanno l'inchino al cappello in ricordo di quando le cornacchie ne avevano fatto un monumento alla loro regina.

Postato da: soresina a 13:58 | link | commenti

ANGELINA C.

 

 

Tutta famiglia, casa e chiesa, Angelina, nata da famiglia siciliana,  era devotissima tutti i giorni alla Messa nella chiesetta poco distante dalla sua casa. Lei portava un busto ortopedico fin da ragazzina, arrivata alla mezza età s’ammalò di tumore al seno ed una mammella le venne tolta. Per riempire, lei, piccola ma formosa, il vuoto lasciato dal chirurgo, si era confezionato da sola un’imbottitura. D’estate le riusciva faticoso portare busto e il resto, soffriva di caldo ma non avrebbe passato nemmeno un giorno senza uscire per andare alla chiesa. In chiesa si sventolava con un ventaglietto, per avere un po’ di ristoro. Il breve percorso dalla casa alla chiesa e viceversa, lo faceva adagio, adagio, con varie soste per riprendere fiato. Pregava devotamente per sé, per i suoi cari vivi e defunti e per tutti coloro che sapeva in difficoltà.

Era un po’ la “postina” e la “cronista” delle anziane, e faceva circolare foglietti di devozioni varie e notizie riguardanti la salute e le varie difficoltà  di questa e di quella persona e ci invitava a pregare.

Il suo sposo, una volta mi disse: abbiamo un solo figlio perché Angelina avrebbe faticato troppo a tirare su altri figli. Anche questo è amore!

Un giorno Angelina mi dette un foglio su cui aveva copiata la  preghiera composta da una casalinga. Il titolo era: “Signore delle Pentole e delle Casseruole”.

A casa lessi la preghiera: c’erano  dentro una grande fede, una grande umiltà ed una grande speranza. L’umile massaia che aveva composto la preghiera parlava al Signore per dirgLi che lo amava, che lo adorava, che gli offriva  il tempo e le fatiche del suo stare molte ore in cucina tra pentole e casseruole  perché erano la sua preghiera che alzava umilmente al Cielo.

C’era in quelle povere frasi un’aspirazione alla santità.

Credo che l’autrice fosse una donna di Genova perché Angelina aveva vissuto qualche decennio a Genova dove aveva lasciato cari ricordi e belle amicizie.

Angelina ci ha lasciati pochi anni fa. Sono certa che sta tra i santi innumerevoli che popolano il cielo. 

Postato da: soresina a 13:56 | link | commenti

 

 

IL CIABATTINO VENETO

 

 

 

Negli anni settanta, avevo occasione di passare spesso dal mercato centrale di San Lorenzo, a Firenze.

 

In una via adiacente al mercato,  un ciabattino riparava le scarpe dei clienti. Lavorava seduto al deschetto e lui, con la sua mole considerevole, occupava gran parte del minuscolo sgabuzzino. Faceva frequenti visite al vicino bar, lasciando il “laboratorio” incustodito, poi ritornava accalorato dalle bibite: accanto al deschetto c’era una seggiolina per il cliente di turno che aspettava la consegna delle scarpe riparate. 

Un giorno mi parlò della sua famiglia, moltissimi figli e poco da mangiare. Molti dei figli , spinti dalla povertà erano emigrati all’estero, ricordo che uscì in una espressione mai udita prima di allora: eravamo così poveri e così affamati ... cosa c’era da aspettarsi? di mangiarci le orecchie l’uno dell’ altro?

 

Ora che tanti disperati cercano un lavoro in Italia, ricordiamoci di quando molti italiani allo stesso modo  si disperdevano per il mondo, lasciando patria ed affetti, con valige di cartone piene di  poche cose, di molta amarezza, di rimpianti e  nel cuore la speranza di una vita degna di essere vissuta.

Postato da: soresina a 13:35 | link | commenti (2)

lunedì, 25 aprile 2005

MATILDE

 

 

Nel palazzone che fronteggiava in quello che abitavo io, alla periferia di Firenze, abitava una ipovedente, Martilde. Camminava provvista del bastone che usano i ciechi e spesso vociava contro i ragazzacci che si facevano burla di lei, oppure, una volta salita rumorosamente sul tram (era piuttosto pesante, aveva le gambe gonfie e sempre piene di lividure, ben visibili, dato che in ogni stagione non portava calze),  il bastone, borse e sgabellino pieghevole le impacciavano i movimenti, ed anche le varie borse che si portava sempre appresso ed un seggiolino pieghevole.

I conduttori del tram la conoscevano, era un personaggio, se non altro per la sua voce potente che lodava o imprecava, secondo il caso.

Era dotata di una bella voce di soprano: quella voce avrebbe meritato di essere educata invece era rimasta grezza.

Una volta, in chiesa   Matilde ha cantato un’appassionata “Ave  Maria di Gounod”, con scarsa arte ma con voce sicura e potente,  al matrimonio di due sposi con handicap, lei in carrozzella perché le gambe erano paralizzate, e lui sofferente dei  postumi della poliomielite che lo aveva colpito da bambino che rendevano i suoi movimenti difficoltosi.

Gli sposi erano sulla cinquantina, abitavano nel mio stesso palazzo ed in seguito ebbi modo di veder come fossero riusciti, unendo le loro residue capacità a raggiungere una certa indipendenza di movimento.

Lo sposo usava un  motociclo “ Ape”, una volta portate giù la moglie in carrozzella, (al pian terreno con l’ascensore),  aiutava  la moglie ad entrare nell’abitacolo, sistemava la carrozzina nel cassonetto  del furgoncino e partivano. Lui con le sue notevoli  difficoltà di movimenti,  una volta seduto in cabina al posto di guida, accanto alla moglie,  non aveva difficoltà a condurre il veicolo. Arrivati a destinazione, la chiesa, il supermercato, la parrucchiera.....lui scendeva, preparava la carrozzella accanto alla portiera aperta, ci collocava la moglie e via..... In quella coppia l’acuta intelligenza di lei e le migliori  condizioni fisiche di lui, si erano incontrate e compensate a vicenda, li avevano portati a poter vivere  una vita migliore.

Tornando a Matilde, dato che viveva con un assegno per non vedenti e che chiedeva aiuto alla gente, e che non faceva spese di nessun genere,  quando morì, lasciò un  discreto gruzzolo che aveva già destinato alla benefica Opera fiorentina della Madonnina del Grappa, fondata dopo la prima grande guerra da don Facibeni, per accogliere i figli dei caduti della guerra prima e tutti i ragazzi bisognevoli di aiuto dopo.

Esecutore testamentario di Matilde fu il suo “tutore”, persona di fiducia di lei e dei dirigenti dell’Opera.

A Firenze, la memoria del grande, umilissimo sacerdote don Facibeni, è ancora viva e tuttora ci sono dei lasciti, delle donazioni, delle offerte in suffragio di defunti, o per festeggiare lieti avvenimenti , destinati all’Opera della Madonnina del Grappa. I fiorentini amano l’Opera anche perché hanno visto come sono stati impiegati bene i soldi avuti dalla gente.

Attualmente negli edifici dell’Opera, vivono molte persone che svolgono varie opere di misericordia, sempre in aiuto dei più bisognosi di aiuto, ci sono anche le Suore di Madre Teresa di Calcutta.

Matilde, arrivata poco oltre i sessant’anni, fu colpita dalla malattia  ed in breve se ne andò.

 Penso che ora conosce  Dio che è Padre e Madre

lei che in questa vita non aveva conosciuto   il volto dei genitori, ed in Cielo canterà a voce spiegata le lodi dell’Altissimo, assieme agli angeli e ai  santi  e che lo possa contemplare in tutto il Suo splendore, lei che nella vita sua tribolata vita aveva visto solo una perpetua, fitta nebbia.

 

 

Postato da: soresina a 15:38 | link | commenti (7)

FIRENZE ANNI 70

 In quel periodo, la mattina,  arrivavo dalla periferia in centro per varie occasioni: l’autobus mi portava nei pressi della stazione ferroviaria, da lì andavo a piedi verso il grande mercato di Borgo San Lorenzo.

Lungo il percorso, non lungo,  incontravo spesso un anziano che chiedeva l’elemosina. Non parlava, stendeva di poco la tremante mano libera, ché l’altra reggeva il bastone che lo aiutava a rimanere in piedi. Era molto curvo perciò sollevava un po’ gli occhi quando  ringraziava  a voce bassa.Era piccolo di statura, aveva barba e capelli lunghi bianchi, sembrava un bel vecchio di tempi lontani, portava sempre un cappello classico, quello che in tempi precedenti calzavano tutti gli uomini,  nero, calzoni, scarpe e cappotto, di un nero stinti dal lungo uso.

Un giorno io aspettavo il tram e vidi lui, in capo alla scalinata che porta ai treni: stava in piedi, come al solito e mi sembrò lì lì per cadere.

Mi avvicinai e gli chiesi perché, a somiglianza di un altro mendicante della zona, non usasse uno sgabellino: mi rispose che non poteva sedersi, altrimenti non sarebbe riuscito poi a rialzarsi.

Un giorno lo incontrai vicino al duomo (di Firenze), sempre curvo, silenzioso, con la mano leggermente protesa in avanti. Gli dissi che volevo dargli. un cento lire ma che avevo solo un foglio da mille, poteva farmi il resto? Lui mise la mano in tasca e tirò fuori la manciatina di monete che aveva raggranellato fino a quel momento e lasciò che io mi facessi il resto alle mille lire (circa 50 centesimi di euro di oggigiorno).

Avevo sentito dire che al dormitorio comunale passavano la notte anche persone originali, oltre che poveracci senza casa, come un avvocato che, piantata baracca e burattini, si era ... ritirato a vivere, o meglio a dormire, in quel dormitorio ( gli ospiti di tali strutture, al mattino devono lasciare liberi i locali fino all’ora del rientro per passarci la notte).

Mi venne da pensare che quel vecchino, bello nella sua povertà, bello nella sua vecchiaia, bello nei modi, fosse appunto l’avvocato fattosi mendicante.

Postato da: soresina a 15:37 | link | commenti (2)

Angeli senza ali

 

 

Voglio ricordare una persona che ha vissuto per dodici anni nella nostra famiglia, che ha svolto il suo lavoro in tutta umiltà e fedeltà.

Si chiamava Elisabetta Neri, ma era conosciuta come Betta. Lei e la sorellina erano nate in una poverissima famiglia in  un paesino dell’Umbria., il padre faceva il cenciaiolo. Aveva frequentato la prima elementare, poi era morta la mamma e le bam,bine andarono a servizio. La sorella, di aspetto normale e di carattere più comunicativo, si sistemò stabilmente presso una famiglia agiata di Città di Castello dove rimase fino alla vecchiaia.

Betta , segnata dalla povertà  anche nel fisico e dalla mancanza di affetto, era di aspetto misero, a chi la vedeva appariva poco normale anche come intelligenza, di conseguenza non trovò una  casa che l’accogliesse e trascinava le sue miserrime giornate, vivendo di quel che la gente le dava.

Era stata a scuola un anno ed il fatto che fosse capace di leggere e di scrivere  la  dice lunga sulle sue capacità di apprendere.

Qualche volta mia suocera la chiamava per svolgere qualche incombenza: era fidatissima, nulla e nessuno avrebbe potuto scalfire minimamente la sua onestà.

Poco prima che nascesse il nostro primogenito, mia suocera mi propose di assumere Betta come domestica-bambinaia.

Credo che anche allora, era l’anno 1950, non esistesse più nemmeno il ricordo di persone come Betta.

Quando la incontrai , rimasi perplessa, temevo di aver sbagliato nell’acconsentire alla sua venuta. Come si sarebbe dimostrata capace del compito quella povera creatura?

Invece Betta, svolse bene i lavori di casa e mi aiutò a crescere i figli che sapevo accuditi coscienziosamente anche durante le ore in cui ero fuori per il mio lavoro. Sono certa che Betta avrebbe anche rischiato la sua vita, se necessario, per quei bambini non suoi.

E molto di più, col passare degli anni, capisco quanto provvidenziale sia stata la sua opera nella mia famiglia.

Sono certa che Betta è stata un angelo tra di noi e che sia entrata subito  nella gloria del Signore,  a cui è sempre stata fedele, accettando umilmente l’ultimo posto in cui  l’avevano collocata gli uomini.

Col passare degli anni, Betta entrò in una casa di riposo: andammo a farle visita ed io le chiesi perdono per le volte che l’avevo trattata con durezza......Lei non voleva sentirne parlare, credo che simili ... sfumature la mettessero in profondo imbarazzo, tanto era il suo candore.

Postato da: soresina a 15:31 | link | commenti

La Poltrona

 

In un salotto di città c'era una poltrona molto comoda e molto bella. Aveva vinto il primo premio ad un’importante mostra di mobili. Un riccone l'aveva acquistata per schiacciarci il suo pisolino pomeridiano. La rossa poltrona era tutta imbottita di piume, rivestita di broccato, rifinita con borchie lucenti, i braccioli finivano con delle teste di leone ruggente che sembrava dicessero: non disturbate il riposo del nostro padrone, altrimenti guai a voi! E le gambe della poltrona finivano con zampe artigliate di leone.

 

Col passare degli anni, la bella poltrona appariva scolorita, sdrucita, le borchie una volta brillanti, scurite e seminascoste nel tessuto di broccato, la frangia sbrindellata, ma il suo proprietario non ci pensava nemmeno a cambiarla perché ‚ le si era affezionato e pensava che non fosse possibile trovarne un'altra altrettanto comoda, e quanto a farla rimettere in ordine, non voleva saperne di spendere denaro perché era molto avaro.

 

Quando il proprietario della poltrona morì, il nipote suo erede fece molti cambiamenti nella casa, la poltrona seguì il destino di altri vecchi altri mobili cioè fino in soffitta e fu dimenticata lì.

 

Per la poltrona fu un brutto colpo: da regina del salotto al solaio tutto polvere, ragnatele e topi.

 

Passarono gli anni e tornarono di moda i vecchi mobili. Chi aveva un solaio andava a rovistare in cerca di qualche mobile od oggetto da vendere all'antiquario sperando di concludere buoni affari. Gilberto, il nuovo proprietario della casa, da tanto tempo desiderava comprarsi una motocicletta però non aveva il denaro necessario. 

 

Un bel giorno decise di salire in soffitta per vedere se, tra il ciarpame, trovava qualcosa di buono da vendere. Pensava: sarebbe come il cacio sui maccheroni!

 

Arrivato in soffitta Gilberto si guardò attorno: che desolazione! C'erano mobili sconquassati, seggiole spagliate, valige scortecciate, un cavallo a dondolo colle orecchie smozzicate e tante altre cianfrusaglie. Il giovane disse a se stesso: Qui non c’è niente di buono, mi sa che la motocicletta dovrà aspettare ancora. Prima di venir via, dette un ultimo sguardo attorno e in un angolo scorse la vecchia poltrona coperta di polvere e rosicchiata dai topi.

 

Guarda com’è ridotta male la poltrona di zio Costanzo! Chissà se sta ancora in piedi! La scostò dal muro, la scosse e capì che il telaio della poltrona e le zampe erano in ottimo stato. Allora osservò meglio la vecchia poltrona e scorse una borchia che ciondolava: la staccò e senza accorgersene la strofinò contro i propri calzoni.

 

Meraviglia! La borchia era divenuta lucente come oro.

 

Allora Gilberto si ricordò che quella poltrona era stata premiata per la sua bellezza, e che lo zio Costanzo l’aveva pagata un mucchio di soldi. Perché era costata tanto?

 

Gilberto andò dall’antiquario, gli mostrò la borchia e chiese: “ma vale qualcosa questa borchia così lucente?”

 

L’antiquario provò il metallo della borchia coi suoi arnesi e rispose:

 

-“Sì Gilberto, vale abbastanza perché è d’oro puro. Ne hai delle altre simili a questa?”

 

"Certo, e parecchie"

 

"Me le venderesti?"

 

"Sicuro, basta che Lei me le paghi bene"

 

"Me le porti presto, vedrà che sul prezzo ci metteremo d’accordo"

 

"Torno tra poco! grazie per l'analisi del metallo. Arrivederci."

 

Gilberto tornò a casa di corsa, trovò un cacciavite e salì in soffitta. Si avvicinò alla poltrona e si accinse a schiodare le borchie. Mi sembra d'avervi già detto che ogni bracciolo portava un leone per stemma. Quando Gilberto accostò il cacciavite alla prima borchia, il leone più vicino spalancò le fauci e mandò fuori un terribile, spaventoso ruggito: gggrrrr! gggrrr! Gilberto fece un salto per lo spavento e per la sorpresa. Si chiese: "Sogno o son desto?"

 

Con mano un po' tremante, avvicinò nuovamente il cacciavite alla borchia. Immediatamente il leone riaprì le fauci ed emise uno spaventoso ruggito.

 

Allora Gilberto per ammansire il leone, gli disse.

 

"Signor leone, io non voglio farle del male, voglio levare le borchie dalla poltrona 

 

per venderle all'orefice. Ho bisogno di soldi per comprarmi una motocicletta."

 

"Ma l'orefice", ruggì il leone - disferà tutta la poltrona per rimetterla a nuovo e getterà via anche il bozzolo che sta tra l’imbottitura e l'intelaiatura. Ma in quella parte ha fatto la sua casa uno spiritello.

 

 Quando un artigiano costruisce un mobile con bravura e con amore, uno spiritello ci si rifugia dentro e ci rimane finché ‚ dura il mobile, a volte anche centinaia d'anni. Appunto da cento anni noi leoni siamo amici dello spiritello che abita nella poltrona, e se qualcuno si avvicina alla poltrona per disfarla noi leoni gli mettiamo paura e quello se ne scappa a gambe levate."

 

"Nei mobili fatti dalle macchine gli spiritelli non vogliono entrare ed ora che i mobili sono fatti quasi tutti a macchina gli spiritelli fanno molta fatica a trovarne uno nuovo fatto tutto dalle mani del falegname.

 

"Messaggio ricevuto! Ed io come posso fare per salvare capra e cavoli, cioè risparmiare la poltrona e procurarmi i soldi per la motocicletta? 

 

"Vendi la poltrona tutta intera, rimettici anche la borchia che hai tolto, così sarà perfetta e ti verrà pagata molto bene. Le borchie e noi leoni siamo fatti d’oro massiccio; tu però raccomanda all'antiquario di cambiare solo la fodera, prometti?"

 

"Sì, prometto."

 

"Ora puoi chiamare l'antiquario senza timore; noi leoni staremo buoni buoni perché‚ lui viene per prendersi cura della poltrona e quindi anche dello spiritello che c’è nascosto dentro. Arrivederci!".

 

"Arrivederci a presto!"

 

Gilberto tornò con l'antiquario che dopo aver esaminato la poltrona, si rese conto che valeva molto di più d'ogni altra poltrona, perché aveva le borchie, le zampe e le teste di leone d'oro massiccio.

 

"Gilberto, quanto vuoi ?"

 

"Non lo so, però pensi a quanto oro antico si porta via con la poltrona, e si ricordi che mi ha promesso di non disfarla; è una poltrona speciale perché  ha uno spiritello nascosto dentro e due leoni che le fanno la guardia affinché ‚ nessuno la danneggi e se Lei non mantiene la parola temo che avrà dei guai."

 

"Quando faccio una promessa la mantengo tanto più che si tratta di uno spiritello e con gli spiritelli non conviene scherzare. Ora ti faccio la proposta io: ti offro sessantamila euro, domani manderò i miei operai a prendere la poltrona e a consegnarti l'assegno. Sei d’accordo?"

 

"Capperi e peperoni! Sono d’accordissimo!"

 

Quando Gilberto fu solo comincio a saltellare attorno alla poltrona cantando: evviva la motocicletta! Evviva la motocicletta! Evviva il mio zio Costanzo.! Evviva !Evviva le vecchie poltrone con lo spiritello dentro!"

 

"Gggrrr, gggrrr!" fecero tutt'e due i leoni, però ruggivano di gioia perché ‚ tutto andava come loro avevano chiesto e desiderato.

 

"Addio leoni!" salutò Alberto e per scherzo anche lui fece: " Gggrrr! Gggrrr!" poi discese le scale per andare a far visita alla fidanzata Evelina, per raccontarle la fortuna che gli era capitata. e per fare progetti per il loro matrimonio.

 

Il giorno seguente i due innamorati andarono a scegliere l'anello di fidanzamento

 

e Gilberto scelse il più bello; ancora nel negozio volle metterlo al dito d’Evelina, la baciò, la prese sottobraccio e prima di lasciare il negozio, disse alle persone presenti queste parole un po' misteriose:

 

"Signore e Signori, occhio ai solai! Non si sa mai!"

 

I presenti sorrisero ai due giovani che sprizzavano gioia da tutti i pori e dissero:

 

"Fa piacere vedere gente felice; tanti auguri, tanti auguri! E figli maschi!"

 

Bambini e bambine, se vi venisse in capo di salire in soffitta o di scendere in cantina in cerca di un tesoro dimenticato, non andateci da soli!

 

Animaletti d’ogni genere prosperano in quelle stanze, sia sotto i tetti che negli scantinati., Non sono pericolosi veramente ma potrebbero farvi impressione. Perciò, uomo avvisato, mezzo salvato!

 

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