
Nome: nedda
Voglio presentarmi ai visitatori, in modo che possano farsi un'idea della persona che li invita ad entrare.
Sono un'insegnante di scuola elementare in pensione da molti anni. Ho passato gli ottanta ed ancora provo interesse per tutto ciò che avviene intorno a me. Questa faccenda dei siti mi intriga parecchio perché li trovo un modo nuovo di incontrare, sia pure virtualmente, persone nuove, per scambiarsi idee, esperienze, paure e speranze.
Sono nonna e trisnonna e seguo il consiglio dato da un dirigente agli anziani invitati a partecipare ad un corso per imparare ad usare il computer. "......non abbia a succedere che un vostro nipotino vi dica "stai lontano dal mio computer, potresti combinare guai!". Vi riporto questo discorso per scherzare su una realtà molto seria.
Quando, in tempi molto lontani, un film, bello o brutto che fosse, riempiva le sale, ci fu un imponente movimento d'opinioni che , vedendone soltanto il lato negativo, tendeva a distogliere gli aspiranti spettatori, e in modo speciali noi giovani, da un divertimento pericolosissimo per la morale. Un decennio dopo circa, i film, quelli adatti, e magari purgati, venivano proiettati nelle sale parrocchiali procurando ai ragazzini un enorme divertimento ed ai genitori un paio d'ore di pace domestica.
Ora lo sviluppo della tecnica e della scienza ci offre nuove possibilità. Non è meraviglioso che anche noi vecchietti possiamo approfittarne per un vicendevole aiuto?
Mi scuso di usare spesso la parola "vecchietto" al posto di anziano; spero che nessuno mi consideri poco rispettosa. Nella parola "vecchio" ci sento tanta verità mentre nella parola "anziano" ci sento l'ipocrisia. Chi legge sceglierà di chiamarmi come più gli piace.
Bella gente ,(come dice il Gabibbo) , vi prego, entrate nel mio sito, sarete i benvenuti.
Molto cordialmente vi saluto.
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148. Operai e artigiani durante il ventennio
Molte brave persone dovettero soffrire prepo-tenze, abusi, discriminazione, specialmente sui luoghi di lavoro. Ilda, che ha lavorato per anni in fabbrica, ne sa qualche cosa. Ver-sò lacrime amare più di una volta, tanto che il papà, nonostante la famiglia avesse contato sul guadagno della figlia maggiore, volle che lasciasse il lavoro della fabbrica per impara-re un mestiere.
Non rimaneva che soffrire e tacere, non c’era nessuno cui rivolgersi per avere giustizia. Durante il fascismo ebbe vita anche una paro-dia di sindacati, le Corporazioni, fatti da fascisti dal primo scalino fino al più alto, tutti e solamente fascisti.
Nei laboratori, dove lavoravano poche persone, tutte di Rovereto o di zone vicine, e mai fa-natiche per il partito fascista, la vita era meno dura, almeno dal punto di vista delle prepotenze.
Anche Emilio imparò un mestiere, idraulico, impianti di riscaldamento ecc. Era alle dipen-denze della ditta Aldrighettoni, con sede in S. Maria: pochi dipendenti e ambiente tipo fa-miliare, mai problemi per discordanze di opi-nioni politiche. Emilio stette con loro alcuni anni, fu poi chiamato a fare il servizio di leva e poco dopo spedito in Abissinia a con-quistare l’“Impero degli straccioni”, come lo definivano i cari alleati d’Oltralpe. Come re-duce, concorse per un lavoro nella Manifattura Tabacchi e lo ottenne. Così terminarono i suoi rapporti di lavoro con la ditta Aldrighettoni.
La Befana diventa fascista
Ho scritto più sopra che il fascismo era pene-trato dappertutto. A quell’epoca si festeggia-va l’Epifania, una ricorrenza religiosa molto sentita dai credenti: si ricordava la manife-stazione di Gesù Cristo come Dio. Nei presepi apparivano i re magi con gli immancabili cam-melli e corteo di servitori neri. Portavano a Gesù Bambino oro, incenso e mirra, doni adatti a un Re. I doni ai bambini del Trentino li a-vevano portati Santa Lucia o il Bambinello, secondo i luoghi, secondo le varie consuetudi-ni.
Chi preparava l’albero, solitamente lo sce-glieva un abete bello alto. Dirò fra parentesi che le stanze avevano soffitti molto alti, se-condo i sistemi fabbricativi di allora. Dai rami, illuminati da candeline di cera, pende-vano piccoli doni, cioccolatini, torroni cara-melle, bambolottini di celluloide, trottole, automobiline ed altre cosette molto apprezzate dai bambini. I padroni di casa via via li staccavano per darli ai piccoli visitatori.
Molti addobbi abbellivano l’albero e lo rende-vano magico: campanellini, gnomi, funghetti, molte palline colorate di vetro sottilissimo, angeli, fili d’argento a simulare la neve e ninnoli d’ogni tipo; in vetta all’albero il puntale d’oro o d’argento con la stella come-ta.
L’Albero di Natale era un’usanza nuova,, venu-ta dalle nazioni del Nord-Europa, che fu se-guita dapprima dalle famiglie agiate e poi, con l’andar degli anni, divenne popolarissima, talvolta a scapito dell’umile, antico, italia-nissimo Presepe.
Al giorno d’oggi, l’albero di Natale è spesso un’accozzaglia di plastica lucente, così fitta che spesso nasconde addirittura il verde dei rami, quando l’albero stesso non è fatto di plastica.
Tornando all’Epifania, il fascio locale comin-ciò a festeggiare la Befana fascista! Poveret-ta, non solo era sempre stata vecchia, sdenta-ta, secca, e brutta, era arrivato il tempo di farla diventare anche fascista. Sarebbe stata più in linea, però, se invece della scopa le avessero messo avesse tra le mani un manganel-lo.
La Befana Fascista consisteva in sostanza nel consegnare dei doni ai bambini, figli dei fe-deli camerati, o segnalati dagli insegnanti perché molto bisognosi, o non so per quali al-tri motivi.
46. Le proiezioni dei missionari
Fin da bambina ho visto in casa la Rivista “Il missionario”. La figura del missionario rap-presentava il sacerdote che lasciava parenti, amici, la patria per andare molto lontano a predicare la Buona Novella. Periodicamente i Missionari rientravano in Italia per una va-canza o per raccogliere aiuti per quelle popo-lazioni che avevano bisogno di tutto. Nei giorni in cui soggiornavano in patria, visita-vano varie comunità parrocchiali per racconta-re delle loro esperienze e per farci conoscere quei popoli. Ricordo che il missionario illu-strava le sue parole con delle diapositive, le famose “proiezioni”
Mi sono rimaste nella memoria immagini di gen-te denutrita e immagini di cumuli di cadaveri, le vittime della fame e delle malattie.
Le “proiezioni” duravano un bel po’ di tempo, le immagini seguivano a distanza di minuti l’una dall’altra cosicché avevano tempo di stamparsi nella nostra memoria.
Ed ora rifletto che i popoli africani sono su per giù nelle condizioni in cui erano al tempo della mia infanzia. E sono passati più di ott’anni!
Leggendo la rivista ebbi modo di conoscere la figura di uno straordinario evangelizzatore e grande amico degli africani: Padre Daniele Comboni: recentemente è stato fatto Beato. Credo che fin dal tempo della mia infanzia la rivista “Il Missionario” fosse edita dai suoi confratelli i Padri comboniani.
Quella rivista costituì il mio primo impatto con razze e civiltà diverse dalla mia.
Quando i tempi furono maturi, non ebbi diffi-coltà ad aprire il mio cuore e la mia casa a gente di tutti i continenti, di tutte le raz-ze, di vari credi religiosi per aiutarli nei limiti delle mie possibilità. E quando abbiamo ospitato un eritreo, operaio di fabbrica, i suoi amici gli chiesero: come mai dei cristia-ni aiutano te che sei mussulmano?
Nella parrocchia di S. Maria delle Grazie (il famoso Isolotto) qualche anno fa, due giovani albanesi ricevettero il Battesimo. Poiché era-no stati accolti ed aiutati fraternamente dai cristiani vollero abbracciare quella religione che insegnava ad essere caritatevoli con chiunque.
Ora abito in campagna, e frequento una chie-setta che può contare soltanto sulla S. Messa prefestiva. Celebra un giovane sacerdote che viene dal Madagascar. Prima i missionari par-tivano per i paesi dell’Africa, ed ora che so-no vecchia l’Africa e altri continenti ci re-stituiscono il dono di sacerdoti per le nostre chiese che non hanno sacerdoti bastanti per il ministero. Date e vi sarà dato, disse Gesù. Beate allora le mamme dei missionari della vecchia Europa, beate ora le mamme africane e d’altri continenti! la Chiesa ha sempre avuto bisogno e sempre avrà bisogno di mamme che ac-cettano e assecondano nei loro figli la voca-zione al sacerdozio.
Il latino in tempo di guerra
Quando incontriamo un cattolico anziano di lingua straniera, possiamo recitare insieme il Pater, l’Ave Maria, il Gloria, il Credo perché anche lui, da ragazzo, ha imparato quelle pre-ghiere in latino, oltre che nella sua lingua materna. Almeno un millennio prima della glo-balizzazione di cui si discute ora, era stata raggiunta una prima forma di universalità con l’apprendimento delle preghiere più comuni in lingua latina.
Ricordo che nelle chiese dell’Alto Adige sen-tii pregare e cantare in latino.
Nella vallata in cui vivo da anni, sono ancora vive e doloranti le ferite prodotte dall’ultima guerra. Il parroco di un paese vi-cino durante la guerra poté aiutare la gente del luogo, parlando in latino con un ufficiale tedesco che lo aveva studiato quella millena-ria lingua a scuola.
In Germania ed in Austria, nei tempi passati i giovani destinati a raggiungere posizioni ele-vate nella società, dovevano studiare anche il latino. I collegi ospitavano anche studenti provenienti dai Paesi dell’Est che dovevano studiare, oltre alla propria lingua materna, la lingua tedesca perché lingua dominante e la lingua latina per raggiungere quella cultura completa, che avrebbe permesso loro di emerge-re in tutti i campi, una volta ritornati al Paese di origine.
Al mattino, a mezzodì e all’imbrunire suonava-no le campane dell’Angelus. Mia madre recitava a voce sommessa l’Angelus Domini e se eravamo presenti pregavamo con lei.
A quell’epoca persone devote tenevano in casa un altarino, solitamente posto sul cassettone, per onorare Gesù, Maria e i Santi e per “far lume ai morti”. Erano spesso abbelliti da fio-ri freschi e da lumini. Noi piccole facevamo l’altarino a maggio, in onore della Madonna. A capo del letto avevamo l’acquasantiera, che ci forniva l’acqua benedetta per il segno di Cro-ce prima di dormire. Ora l’acquasantiera si può trovare forse dall’antiquario, ma sul mer-cato non c’è.
Maggio era anche il mese dei fioretti, cioè delle piccole rinunce, in primissimo luogo la rinuncia a mangiare ciliegie nell’intero corso del mese. Nessuno ci aveva imposto una simile penitenza! Ce la davamo da noi stesse, perché era un fioretto molto grande non mangiare ci-liegie quando erano al punto perfetto di matu-razione, lucenti, profumate, tentatrici!
All’oratorio, ci davano una specie di càmice di carta bianca, ora si direbbe a forma di T-schirt, che noi chiamavamo l’“abitino dei fio-retti”. Sull’abitino c’erano trentun taglietti a forma di V, ogni fioretto ci autorizzava a rialzare uno di quegli angolini. Per la fine del mese cercavamo di aver completato l’abitino. Non so spiegare meglio questa fac-cenda degli abitini, sono certa che le lettri-ci anziane capiscono di che si tratta.
Mi interessa valorizzare quei semplici espe-dienti di cui i nostri educatori si servivano per abituarci alle piccole rinunce, a superare qualche difficoltà, ad obbedire ai genitori e ai superiori, a correggere qualche difetto di cui ci rendevamo conto, a perdonare le offese, a pregare con devozione, ad essere sincere e così via. Mi sembra giusto aiutare i bambini a migliorarsi, dando loro un qualche punto di riferimento che vada oltre la parola, un pic-colo traguardo da raggiungere che coinvolga i loro sentimenti.
Sopra il letto “grande” dei genitori c’era una stampa a colori rappresentante la Sacra Fami-glia, la mamma era riuscita a procurarsela d’occasione. Sopra i nostri letti non c’era nulla.
Ora gli arredatori d’appartamenti propongono nuovi soggetti da appendere ai muri, sopra i comodini, e c’è un’ampia possibilità di scel-ta, però non ci propongono più nulla che abbia a che fare con la religione. L’acquasantiera che pendeva accanto ai nostri letti ora non si troverebbe più da comprare sul mercato. Forse gli antiquari ne tengono qualcuna!
44. La mia Prima Comunione
Il giorno della Prima Comunione ci riunirono, comunicande e comunicandi, nella chiesa par-rocchiale di San Marco. Credo che fossimo due-cento e più, perché era consuetudine che tutti i bambini, arrivati alla seconda classe ele-mentare, passassero a Comunione.
Ero rimasta scioccata dalla prima confessione, che per me era stato un disastro, e temevo di non essere degna di ricevere l’Ostia Consacra-ta, così il mio primo incontro con Gesù più che gioioso fu angoscioso.
Se avessi avuto il coraggio di parlare, se a-vessi trovato qualcuno pronto ad ascoltarmi, il mio animo si sarebbe rasserenato e avrei potuto godere quel giorno e nei giorni seguen-ti di una gioia limpida, libera da un cruccio come il mio, risibile per gli adulti ma gravo-so per una bambina di sette anni.
Dopo aver ricevuto il Santo Sacramento durante la funzione, ognuno ritornò alla propria casa, e immagino che per l’occasione la mamma avesse preparato un buon pranzetto. C’era la famiglia al completo, nessun ospite e nessun regalo che potesse distrarre la piccola comunicanda dal suo impegno di trascorrere la giornata in modo raccolto. Il pomeriggio noi bambini ci ritro-vammo al ricreatorio per delle riflessioni e le preghiere, e per la fotografia di gruppo. Poi tornai a casa però non alcun ricordo di come trascorsi la serata.
Il Cappello da Bersagliere
"Apriteci le porte, che passano che passano,
apriteci le porte, che passano i bersaglieri!"
Volava per le strade delle città e dei paesi l'allegro e baldo canto dei soldati che arrivavano di corsa e subito sparivano. La gente si affacciava alle porte e alle finestre, si faceva sulla via per vedere meglio il gaio spettacolo. Tutti applaudivano entusiasti. "Che belli, che bravi, i bersaglieri. Evviva, evviva!"
I bambini tendevano le mani come a voler fermare quel turbine di colori, di passi in corsa, di suoni squillanti.
Loro, i bersaglieri, tenevano perfettamente il passo e le distanze, senza guardare né a destra né a sinistra, solo in avanti e forse qualcuno aveva anche il timore che gli scappasse via il cappello dalle lucenti piume multicolori, e in più suonavano le trombe.
In una famiglia di mia conoscenza, grandi e piccini parlano spesso di bersaglieri, mentre guardano verso una vetrinetta del soggiorno nella quale fa bella mostra di sé un cappello da Bersagliere di colore grigioverde con tante belle piume iridate. E' il cappello del nonno Garibaldo che, alla visita militare, venne scelto per il Corpo dei bersaglieri.
Garibaldo era molto robusto e correre per lui sarebbe stato un gioco. Aveva anche una bella voce e tutti amavano sentirlo cantare durante le feste del paese. Cantava con gli amici per stare in allegria e cantava anche in casa assieme ai familiari, e spesso cantava canzoni militari specialmente quelle dei Bersaglieri
Dopo che Garibaldo fu scelto Bersagliere alla visita medica, uno degli ufficiali gli chiese:
"Tu sai cantare?"
"Io canto ma non so se canto bene o male."
"Cantami qualcosa, poi sarò io a dare il giudizio."
"Signor ufficiale, sono un contadino, di canzoni ne so poche e qualcuna è in dialetto."
"La conosci La bandiera dai tre colori?"
"Certo, l'ho imparata a scuola e me la ricordo benissimo."
Garibaldo intonò con la sua bella voce, potente e chiara:
"E la bandiera dai tre colori,
è sempre stata la più bella!
Noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà!"
Gli ufficiali ed i giovani in attesa della visita medica scoppiarono in un fragoroso applauso: "Bravo! Bravo! Bravo!" gridarono tutti, contenti di quel piccolo intermezzo musicale fuori programma.
L'ufficiale, amante della musica, disse a Garibaldo;
"La tua voce è molto bella e forte; vuoi far parte del coro dei Bersaglieri?"
"Con molto piacere, signor Ufficiale!"
Passò del tempo e per Garibaldo venne il giorno di partire soldato. Garibaldo sarebbe rimasto volentieri a casa per aiutare i suoi familiari nel lavoro dei campi ma ciò non era possibile. Chi si rifiutava di fare il soldato veniva messo in carcere per punizione.
Tutti i parenti e i conoscenti accompagnarono Garibaldo alla stazione e quando il treno entrò in stazione, ci furono tanti baci e abbracci e anche lacrime e sospiri.
Garibaldo saliva sul treno per la prima volta: gli fece molta impressione vedere gli alberi venirgli incontro velocemente, come se fossero loro a muoversi e non il treno. Il treno andava con la locomotiva a vapore; dal finestrino aperto entrava fuliggine perciò lo chiuse e si accomodò nello scompartimento semivuoto per fare una dormitina: non che avesse sonno, solo che era piuttosto annoiato dalla monotonia del viaggio.
Quando il treno arrivò alla città, Garibaldo saltò giù dal vagone e subito si sgranchì le gambe e fece dei lunghi respiri, raccolse il suo fagottino e chiese informazioni per recarsi alla Caserma.
Così comincio la vita di soldato per Garibaldo, istruzione, marce e così via; in più dovette imparare a correre al passo coi compagni e a suonare la tromba mentre correva. Il correre e il cantare correndo per lui erano cose nuove ed anche un po' ridicole. La sua grande preoccupazione era quella di perdere il cappello durante la corsa. Il cappello lo teneva con molta cura, lo spolverava spesso e scoteva leggermente le piume iridescenti perché‚ potessero ondeggiare in tutta la loro bellezza e levità.
Durante la libera uscita, Garibaldo andava al cinema. Si divertiva a vedere Ridolini, Charlot, Stanlio e Ollio, si commuoveva ai film d'amore, palpitava per la sorte del suo eroe nei film di guerra e d'avventura.
Garibaldo provava del tenero per una ragazza del suo paese di nome Cordelia, erano stati compagni di scuola ma, crescendo, si erano persi di vista e non avevano più occasioni di parlare assieme. La ragazza aveva un visi pieno di dolcezza e il giovane pensava -
"Quando mi danno il congedo andrò a farle visita e le chiederò se vuole fidanzarsi con me. Io non sono ricco però sono un buon lavoratore; la forza e la buona volontà non mi mancano e mio padre ha detto più volte:
"Garibaldo, quando penserai a sposarti ti darò in possesso i campi sotto casa, sono del parere di non aspettare a lasciarteli nel testamento perché‚ se diventano tuoi ora, tu li lavorerai con più amore e sarà tutto di guadagnato per te, per la tua sposa e per i figli che ti nasceranno."
Garibaldo in caserma si era fatto amico di molti giovani, però Michele era l'amico preferito.
Un giorno Michele disse a Garibaldo:
"Per domenica prossima sono invitato dai miei parenti mi hanno invitato ad una festa in famiglia, mi hanno detto di portare chi voglio ed io ho pensato a te. Si farà una bella mangiata di cose buone, si berranno vini della cantina, si converserà, si scherzerà, si canterà. Con la tua bella voce e il tuo bell'aspetto ruberai il cuore a più d'una ragazza da marito! Pensi di venire?"
"Non mi sembra vero di cambiare aria e di passare un giorno lontano dalla caserma. Quanto a rubare il cuore alle ragazze, non mi interessa."
"Lo so, lo so, ho detto per scherzare. So per certo che domenica ci daranno il permesso. Il paese non è lontano, una mezz'ora di treno e poi dieci minuti a piedi. Rimaniamo d’accordo per domenica mattina alle nove. Va bene?"
"A meraviglia! Ciao. "Ciao."
La domenica mattina, puntuali, i due bersaglieri vestiti con la divisa più bella, col cappello piumato in testa, uscirono dalla caserma e si diressero alla stazione per prendere il treno delle 9.30 diretto a Fontechiara.
Arrivati alla stazione del paese, trovarono un folto gruppo di persone che li aspettava sotto la pensilina. Saluti, abbracci, presentazioni, tanta allegria e cordialità. Poi tutti insieme si diressero verso il podere Querciola dove abitavano i nonni, gli zii e i cugini di Michele e dopo quindici minuti, naturalmente a piedi, furono sull'aia dove le donne giovani e le ragazze avevano apparecchiato tre lunghi tavoli.
Acqua e vino, birra e bibite varie erano già pronti e ognuno si poté dissetare nel modo preferito. I bambini guardavano con gli occhi spalancati i due bei ragazzoni e in modo particolare, ammirarono i cappelli ornati di belle piume lucenti, che i bersaglieri si erano tolti ed avevano posato sulle seggiole ancora non occupate.
I bambini avrebbero desiderato provarsi quei cappelli meravigliosi ma non ebbero il coraggio di chiederlo e si limitarono a guardarli. Le giovani cameriere si fecero dare giacche e cappelli dagli ospiti e li portarono in casa. Ancora qualche minuto e tutto sarebbe stato pronto da portare in tavola.
Quando i commensali si furono accomodati, le ragazze cominciarono a servire gli antipasti, poi portarono i primi piatti poi i secondi, le verdure cotte, le insalate e via via fino al dolce accompagnato dallo spumante.
Non ho specificato che cosa hanno mangiato e che cosa hanno bevuto quelle simpatiche persone, perché ai lettori piccoli non interessa e gli eventuali lettori adulti si scandalizzerebbero davanti alla mia ignoranza in fatto di cucina. Però, riguardo alla cucina e alle sue prelibatezze, non dimenticherò di dirvi che tutti mangiarono con entusiasmo e con formidabile appetito, che ci furono svariati brindisi e calorosi applausi per le cuoche, e molti scherzosi e rustici complimenti per le ragazze che avevano fatto da cameriere. Il gruppo si trattenne a tavola in allegra conversazione, poi Michele disse:
"Garibaldo ha una bella voce, fatelo cantare."
Il giovane, un po' su di giri ché il vino bevuto era schietto, di quel vino che dona allegria, non si fece pregare ma chiese:
"Che canzone volete sentire? Se fosse una canzone che conoscete anche voi, si farebbe un bel coro!"
"Potresti cantare la canzone dei bersaglieri; quella la sappiamo anche noi, bambini compresi."
Garibaldo attaccò tutto allegro con voce tonante:
"Quando passano per via, gli animosi bersaglieri."
Alla sua voce, si unirono le voci di tutti i presenti intonati e stonati, e ne venne un coro fantastico dalla gente delle case vicine e che è rimasto memorabile in quel paese.
Garibaldo cantò varie altre canzoni ed ebbe un sacco di lodi e di applausi. Il nonno di Michele, capo della grande famiglia disse:
"Garibaldo, Michele, oggi ci avete fatto passare delle ore felici, grazie. Tornate presto qui da noi, vi accoglieremo a braccia aperte! Ora io mi ritiro in casa perché ‚ sono vecchio e mi stanco presto. Arrivederci a tutti e grazie della compagnia!"
Tra le ragazze che avevano servito a tavola, Garibaldo aveva notato una bella brunetta con le trecce lucenti attorte intorno al capo, gli occhi neri, il corpo snello e agile. Era la cugina di Michele e si chiamava Lucia. Quando lei gli passava vicino, Garibaldo si sentiva tutto emozionato.
Finito il pranzo, le ragazze sparecchiarono rapidamente e spostarono tavoli e sedie, in modo da creare una ampio spazio per il ballo.
Un giovane che aveva portato la fisarmonica, cominciò a suonare allegri ballabili. Piano piano si formarono le coppie, mentre Garibaldo cercava con gli occhi Lucia per invitarla a ballare con lui.
Anche Lucia aveva notato quel bel giovanotto forte e gentile e fu ben lieta di accettare l'invito.
Intanto si avvicinava per Garibaldo e Michele l'ora di partire per tornare alla città alla loro vita di soldati. Lucia si affrettò in casa per ritirare le giacche e i cappelli dei due giovani e si accorse con enorme sgomento che mancava il cappello di Garibaldo.
In grande affanno cercò in tutta la casa ma non lo trovò. Allora usci sull'aia e gridò:
"Garibaldo! Purtroppo ho da darti una brutta notizia: il tuo cappello non si trova più!
In casa non c’è, abbiamo cercato dappertutto"
"Povero me" - esclamò Garibaldo - bisogna che io lo trovi perché ‚ senza cappello non posso circolare, se mi trovano, mi mettono agli arresti. E un bersagliere senza cappello non s'è mai visto. Se in casa non si trova, lo cercheremo qui fuori, vi prego, aiutatemi a trovarlo!"
Tutta la famiglia partecipò alla ricerca del cappello: frugarono nelle siepi che circondavano la casa da tre lati ma senza risultato. Dietro la casa una fila di cipressi alti e fitti formavano una specie di muro verde che la difendeva dal gelido vento di tramontana.
Nello spazio tra i cipressi e la casa il cappello non c'era e l'angoscia di Garibaldo aumentava. Lucia ne provò pena e gli disse:
"Non disperarti, il cappello non deve essere molto lontano, vedrai che lo troviamo, non abbiamo ancora cercato dall'altra parte della siepe di cipressi."
Tutto il gruppo dei cercatori girò dietro i cipressi e la prima cosa che videro furono numerose cornacchie che volavano incerte e agitate vicino ai cipressi. "Che ci fanno qui tante cornacchie insieme? Non le abbiamo mai viste così numerose prima d'ora!"
I ragazzini corsero avanti e dopo poco gridarono tutti eccitati:
"Venite qua! Venite a vedere che cosa abbiamo trovato!"
Tutti accorsero a vedere. Ad un paio di metri dal tronco di un cipresso c'era un antico ceppo di quercia e sul ceppo troneggiava il cappello da Bersagliere di Garibaldo come un Santo sul suo piedistallo. Ai piedi del ceppo, erano disposti con molto garbo,fiori dalle tinte sgargianti, bacche rosse, bacche blu, noci, noccioline, conchiglie, sassolini, oggettini di plastica, biglie, caramelle, pezzettini di specchio, puntine colorate da disegno, soldini, medaglie e tante foglie lucenti tutt'intorno.
Garibaldo era il più felice di tutti e gridava:
"Eccolo il mio cappello! Dio sia lodato! E grazie a voi tutti che mi avete aiutato a ritrovarlo! Ma come avrà fatto ad arrivare qua?"
Tutti si guardarono intorno e poi alzarono gli occhi verso l'alto dove le cornacchie volavano al di sopra del ceppo gracchiando inquiete. Una di loro, la più grossa e forse la più anziana fece una lunga gracchiata come se volesse dare spiegazioni alla domanda di Garibaldo.
Uno dei ragazzini, che passava molto tempo a guardare e ad ascoltare il verso delle cornacchie, fu in grado di capire quello che la grande cornacchia aveva detto e lo riferì a tutti i presenti.
"Le cornacchie, volando vicine alla casa, avevano visto che nel corridoio c'erano dei cappelli con le piume. Hanno pensato che forse erano le piume della loro regina Pennalunga uccisa dai cacciatori; perciò quattro di loro sono entrate dalla finestra del corridoio e hanno preso il cappello con i loro becchi, lo hanno portato via a volo e lo hanno deposto. sul ceppo per avere un monumento in onore e in memoria della loro amata regina, vittima dei cacciatori."
"Care cornacchie - disse Garibaldo - mi dispiace davvero, ma io devo riprendermi il cappello, altrimenti sono guai grossi per me però vi prometto che tra pochi giorni ritornerò qui con un mazzo di splendide piume e lo deporrò sul ceppo così il vostro monumento sarà di nuovo completo. Ora devo andarmene alla svelta, assieme al mio amico Michele altrimenti arriveremo tardi in caserma e saremo puniti. Avete capito? Siete d’accordo?"
Il bambino che capiva il linguaggio delle cornacchie e che aveva osservato il loro volo e ascoltato il loro gracchiare, tradusse a Garibaldo:
" Dicono che va bene e che ti aspettano presto."
Garibaldo si mise in testa il cappello da bersagliere e insieme a tutti gli altri, ritornò sull'aia, prese la giacca che gli porgeva Lucia e cominciò a prendere commiato da quelle simpatiche e gentili persone. Aveva passato delle bellissime ore con loro, e se non fosse stato necessario perdere tempo per cercare il cappello sparito avrebbe avuto modo di chiacchierare un po' con Lucia.
Garibaldo e Michele furono accompagnati alla stazione da un gruppetto di parenti; arrivarono in orario per il treno diretto alla città e rientrarono regolarmente in caserma.
Il seguito della storia dice che Garibaldo, quando portò le piume alle cornacchie per il monumento della loro regina, si fidanzò con Lucia. Un anno dopo la sposò e la portò al suo paese.
Il cappello galeotto fu messo nella vetrinetta dove sta ancora a ricordare il felice incontro di Garibaldo con Lucia. Anche ora che Lucia e Garibaldo sono nonni, quando passano davanti alla vetrinetta, si scambiano un sorriso e ripensano alla loro lontana gioventù. Quando in famiglia si fa festa, i nipotini dicono, mentre gli porgono il cappello.
"Nonno Garibaldo, mettiti il cappello da bersagliere! "
Lui li accontenta e loro gridano: "Evviva, evviva il nonno bersagliere!" e battono le mani tutti contenti.
E poi: - Nonno, facciamo una corsetta?-
Il nonno Garibaldo sta allo scherzo, si alza in piedi e, senza spostarsi, fa i movimenti della corsa mentre i nipotini corrono davvero intorno al tavolo e quando passano dietro al nonno, fanno l'inchino al cappello in ricordo di quando le cornacchie ne avevano fatto un monumento alla loro regina.
Le pecorelle della TV
Una volta alla TV, tra un programma e l'altro, c'era un intervallo, sempre il solito, sempre uguale, sempre quello, sempre la stessa scena: un prato con le pecore che a testa bassa guardavano l'erba che si stendeva ai loro piedi, borbottavano per la noia ma che non si decidevano a prendere una qualche decisione.
Un pomeriggio Tania e suo fratello Lodovico erano in salotto e guardavano i cartoni animati. Quando i cartoni animati finirono, i bambini approfittarono dell'Intervallo con le pecore per andare in cucina a fare merenda. Se a loro era venuto a noia quell'intervallo sempre uguale, figuratevi quanto erano annoiate le pecore stesse.
Ad un certo momento la pecora più vivace e più coraggiosa, che si chiamava Clarissa, disse alle compagne: «Amiche; secondo me questa vita è una gran barba: voi che ne dite?»
Le altre risposero: "Già! È proprio così! Ma che ci possiamo fare?»
E Clarissa: “In questo momento in salotto non c'è nessuno, approfittiamo dell'occasione per andarcene una buona volta dal video. Non ci sono né pastore né cane pastore che c’impediscano di farlo».
Le pecore alzarono un po' il muso e belarono: «Dici bene, Clarissa.. Se parti tu, noi ti seguiamo tutte senza esitare».
Dovete sapere che le pecore dove va una vanno tutte le altre.
Allora Clarissa, decisa, urtò con gli zoccoli contro il video del televisore e lo ruppe; saltò giù sul pavimento del salotto e tutte le altre fecero altrettanto.
In perfetto silenzio, cercando di non fare rumore, infilarono la porta che era rimasta aperta, scesero le scale e uscirono dal portone.
Il portinaio, dalla sua guardiola, aveva visto le pecore passare svelte svelte e non credeva ai suoi occhi. Era pieno di stupore e gli tremavano talmente le gambe che non poté muovere nemmeno un dito per fermarle.
Il gregge, con Clarissa in testa, camminava sulla strada tenendo giudiziosamente la destra e la gente si fermava sui marciapiedi ed esclamava: «Oh, che belle pecorelle, dove vanno da sole, senza pastore? Finiranno schiacciate dalle automobili.»
Un ragazzo, coscienzioso e deciso, corse al vicino telefono pubblico, formò il numero dei vigili urbani che stava scritto su di un foglio appeso dentro la cabina, e disse affannato: «Venite subito in Piazza del Mercato! Per la strada c'è un piccolo gregge di pecore allo sbando, venite a salvarle».
«Veniamo subito» fu la risposta.
Infatti, dopo pochi secondi, arrivò l'automobile dei vigili urbani. L'autista decise di sorpassare le pecore per poterle fermare poi più avanti, così le pecore trovarono la strada sbarrata, e tutte ammucchiate e sgomente belarono a più non posso. Intanto il comandante aveva avvertito col telefonino i vigili del fuoco perché accorressero con un furgone.
Clarissa non si spaventò, decise che conveniva stare tranquille e che in qualche modo avrebbe trovato una soluzione per difendere la conquistata libertà.
«State calme e fidatevi di me - disse alle compagne - non siamo certo scappate dalla televisione per finire nella stalla del Comune e magari, Dio ne scampi, sul bancone del macellaio!»
Le pecorelle si acchetarono seguendo il suggerimento di Clarissa perché ‚ si fidavano di lei.
Il comandante dei vigili urbani disse con tono deciso e autorevole: «Mentre aspettiamo che arrivi il furgone dei vigili del fuoco, voi pecore, che ve n’andate a zonzo così senza pastore, dovrete rispondere alle mie domande, però voglio che una sola di voi parli per tutte altrimenti ci sarebbe troppa confusione. Chi risponde?»
«Clarissa! Clarissa, Clarissa!» belarono le pecorelle.
E il comandante: «Chi è il vostro padrone, Clarissa?»
«La televisione! Noi siamo le pecore dell'Intervallo e non vogliamo più stare lì dentro perché siamo arcistufe»
«Davvero? E come avete fatto ad arrivare fin qui?»
«Siamo uscite dal video, abbiamo sceso le scale di quella casa e abbiamo imboccato la prima strada che ci siamo trovate davanti»
«Incredibile! E dove volete andare? Non potete camminare per la strada senza pastore, è troppo pericoloso»
«Ma noi il pastore ce l'abbiamo - protestò Clarissa - sono io il pastore. Io voglio condurre le mie compagne pecore fino alla Fattoria dei Verdi Pascoli che è così grande che ci possiamo stare anche noi. L’erba è fresca e vera, non secca e finta come quella della TV».
«Sia come che sia - osservò il comandante dei vigili urbani - per ora dovete contentarvi di salire sul furgone dei vigili del fuoco che è già qui, e che vi porterà alla stalla comunale».
«E come facciamo? - protestò Clarissa - il pianale è troppo alto per noi».
«Non ci sono problemi, guarda: faccio aprire il portellone e appoggiare un'asse sul pianale, così non avrete altre scuse. Fate le brave, tu, Clarissa e tutte voi altre, salite senza spingervi, c'è posto per tutte».
Clarissa e le compagne obbedirono all'invito del comandante senza altri discorsi perché sembrava che il comandante fosse già nervoso e spazientito e non volevano peggiorare la situazione.
Una dopo l'altra entrarono nel furgone dei vigili del fuoco, il vigile autista ritirò l'asse, chiuse il portellone e si mise al volante. Il comandante ordinò la partenza e il furgone si mise in moto. Dentro c'era pochissima luce e le pecorelle tremavano per l'ansia di quello che sarebbe loro successo. Clarissa pensava, rifletteva sulla situazione in gran silenzio, e dopo poco esclamò «Amiche, per ora lasciamo che ci portino alla stalla, quando saremo là vedremo che cosa si può fare per uscire tutte da quest’intoppo. Spero che mi venga un'idea buona».
Il furgone andava veloce perché chiedeva strada alle auto con la sirena posta sul tetto, e in breve tempo arrivò sul piazzale della stalla comunale. Qui le pecore ebbero l'ordine di scendere ma si accorsero che non c'era nessuna asse e Clarissa sussurrò alle compagne: «Scendiamo anche senza asse, con la massima prudenza, ma appena a terra fingiamo di esserci tutte azzoppate, e beliamo a squarciagola».
Clarissa e le compagne scesero sane e salve dal furgone e immediatamente si sdraiarono a terra belando tanto forte che si sarebbe impietosito un sasso, fingendo di essere gravemente ferite. Davanti a quella scena straziante il vigile del fuoco autista si spaventò e corse a cercare aiuto dagli altri vigili; ne arrivarono di corsa tre e l'autista chiese loro: «Cosa mi consigliate di fare con tutte queste pecore dalle zampe rotte? Dovremo portarle a braccia una per una all'ambulatorio veterinario?»
I colleghi risposero: «Ci vorrà un sacco di tempo se le portiamo a braccia‚ è anche una gran fatica, è meglio andare a prendere delle barelle con grandi ruote, ci carichiamo le pecore, e in poco tempo e con poca fatica sbrighiamo la faccenda».
E così successe che l'autista e i tre colleghi si allontanarono rapidamente lasciando le pecore che facevano a chi belava più forte per far credere che stavano tanto male. Subito dopo la partenza dei vigili, Clarissa per prima e le altre immediatamente dopo smisero di belare e si rizzarono sulle quattro zampe.
Clarissa propose a bassa voce: «Amiche, dalla porta della stalla arriva l'odore dei cavalli e il suono di qualche sbuffo; io direi che possiamo entrare a cercare rifugio e aiuto presso quei grandi animali; col loro permesso possiamo nasconderci ciascuna sotto la pancia di un cavallo. Quando i vigili saranno ritornati non ci vedranno più né zoppe né sane. Stanotte studieremo il modo per andarcene di qui e raggiungere la Fattoria dei Grandi Pascoli dove ci aspetta la vita libera e felice.»
«Clarissa, che pecora intelligente che sei e piena di coraggio! - belarono le amiche - noi facciamo volentieri come dici tu!”
Tutto il gruppo delle pecore, con Clarissa in testa, entrò nella stalla, chiesero il permesso ai cavalli di nascondersi sotto il loro ventre, ma i cavalli non risposero né sì né no perché ‚ stavano dormendo (si sa che i cavalli dormono in piedi): le pecore si fecero coraggio e pur senza permesso dichiarato per non infastidire troppo i cavalli svegliandoli, presero posto cautamente sotto le loro pance.
I vigili ritornarono con le barelle ma di pecore azzoppate non trovarono più nemmeno l'ombra; rimasero sbalorditi e pensarono che durante la loro assenza fossero venuti dei banditi e avessero caricato le pecore su un camion per venderle poi ai macellai.
«Accidenti ad ogni cosa! - dissero i vigili - e ora che gli si racconta al comandante? Per ora ci conviene chiudere la stalla perché ‚ non vengano a rubarci anche i cavalli e subito dopo andiamo al comando della polizia per denunciare il furto.»
Intanto nella stalla i cavalli, dopo una dormitina ristoratrice, si svegliarono, abbassarono i musi per mangiare un po' di fieno e scoprirono la presenza delle pecore e chiesero loro: «Cosa ci fate qui? Questa parte della stalla è riservata ai cavalli, le pecore stanno da un'altra parte e, soprattutto diteci che cosa ci fate tra le nostre zampe».
Rispose Clarissa: « E' una storia un po' lunga, ma io vi dirò in breve che siamo le pecorelle della TV, che siamo scappate dal video perché ‚ vogliamo vivere libere e felici nella Fattoria dei Grandi Pascoli. Il nostro viaggio l'hanno interrotto i vigili urbani che volevano farci rinchiudere qui, ma noi siamo decise a sfuggire anche a loro e anche ai vigili del fuoco e intanto, mentre loro ci cercano, ci nascondiamo qui da voi nella attesa dell'occasione buona per riprendere il nostro viaggio. Amici cavalli, grandi e belli e forti, ci aiuterete?»
Rispose Torre, il cavallo più alto di tutti: «Mi siete simpatiche; piace a tutti vedere delle pecore speciali, cosi coraggiose, intraprendenti e amanti della libertà, faremo il possibile per aiutarvi.»
Clarissa e le compagne si sentirono rincuorate dalle parole di Torre, i loro timori di non farcela scemarono un po'.
Clarissa chiese a Torre: «Quando vi faranno uscire dalla stalla?»
«Domani mattina, come ogni altro giorno»
«E dove vi conducono?»
«Al Pratone, dove posiamo trottare, correre e brucare l'erba tenera»
«Ci sono molti guardiani a sorvegliarvi?»
«No, uno solo»
«Quanto tempo rimanete sul Pratone?»
«Tutto il giorno; verso sera ritorniamo qui; oggi siamo rientrati un po' prima perché ‚ il Pratone serviva al raduno dei boy-scout».
«Il Pratone è lontano dalla Fattoria dei Verdi Pascoli?»
«No, sono confinanti, basta attraversare una siepe. Perché ‚ lo vuoi sapere?»
«Perché ‚ il nostro progetto è di farci aiutare da voi per raggiungere la Fattoria dei Verdi Pascoli dove ci sono già tante pecore; noi intendiamo mescolarci a loro in modo che nessuno possa mai più riconoscerci come le pecore dell'intervallo e non sarà difficile perché siamo un po' tutte uguali.»
«Ma come ci arrivate alla Fattoria dei Grandi Pascoli senza che nessuno vi veda e vi fermi per la strada?»
«Se voi cavalli ce lo permettete, noi ci aggrapperemo al vostro ventre, usciremo dalla stalla con voi e arriveremo alla Fattoria dei Grandi Pascoli senza che lo stalliere ci scopra.»
«Va bene
disse Torre a nome anche degli altri cavalli -
ve lo concediamo, come premio del vostro coraggio, però ora lasciateci dormire».
I cavalli chiusero gli occhi e si riaddormentarono.
Le pecore si sdraiarono comodamente sotto il ventre dei cavalli e anche loro presero ben presto sonno.
Al mattino, di buon’ora, arrivò lo stalliere, infilò una grossa chiave nella gran toppa del portone della stalla comunale; cavalli e pecore lo sentirono, si svegliarono e in fretta le pecore si aggrapparono al ventre dei cavalli e attesero che lo stalliere entrasse.
«Sveglia dormiglioni, è tempo di uscire” gridò lo stalliere.
I cavalli lasciarono ciascuno il proprio stalletto, entrarono nella corsia di mezzo e uscirono dalla stalla: lo stalliere in testa, loro dietro e le pecore aggrappate alle loro pance, ma lo stalliere non si accorse delle pecore e guidò il gruppo dei cavalli fino al Pratone; mentre i cavalli si sparpagliavano attorno, lo stalliere si mise seduto su un sasso per farsi una bella pipata in santa pace e leggere il giornale.
Le pecore, stanche di tenersi aggrappate al ventre dei cavalli, furono contente di lasciarsi cadere per terra, si raddrizzarono subito sulle quattro zampe, ringraziarono e salutarono sottovoce i cavalli e trotterellarono verso la siepe che separava il Pratone dalla fattoria dei Grandi Pascoli. La siepe non era tanto fitta e nemmeno spinosa, le pecore l'attraversarono senza danni e finalmente si trovarono nei Grandi Pascoli dove c'era una moltitudine di pecore che brucavano libere e tranquille l'abbondante erbetta fresca e rigogliosa.
Per le nostre pecore della televisione venne il momento di accomiatarsi le une dalle altre per potersi mescolare alle pecore dei Grandi Pascoli. L'addio fu breve ma affettuoso. Le pecore strusciarono i musi l'uno contro l'altro, si dettero la zampa e per Clarissa ci fu un ovazione di belati riconoscenti ed esultanti.
Chi le avrebbe più riconosciute per le pecore della televisione?
Nessuno! Infatti, nessuno riuscì mai a sapere dove erano andate a finire le pecore dell'intervallo.
Vi ricordate ancora di Tania e di Lorenzo?
Quando i bambini trovarono il televisore rotto chiamarono gridando ad alta voce i genitori perché ‚ venissero a vederlo.
I genitori pensarono che il televisore fosse scoppiato da se come alle volte succede; chiamarono il tecnico che cambiò lo schermo con uno nuovo. Tutto ritornò in ordine però misteriosamente le pecorelle erano scomparse del video e non si videro mai più: si sentiva la musichetta ma il video rimaneva grigio e vuoto.
Noi invece sappiamo come sono andate le cose, vero? Però noi non lo racconteremo certo a quelli della televisione, d’accordo?
aspettando Linux!