
Nome: nedda
Voglio presentarmi ai visitatori, in modo che possano farsi un'idea della persona che li invita ad entrare.
Sono un'insegnante di scuola elementare in pensione da molti anni. Ho passato gli ottanta ed ancora provo interesse per tutto ciò che avviene intorno a me. Questa faccenda dei siti mi intriga parecchio perché li trovo un modo nuovo di incontrare, sia pure virtualmente, persone nuove, per scambiarsi idee, esperienze, paure e speranze.
Sono nonna e trisnonna e seguo il consiglio dato da un dirigente agli anziani invitati a partecipare ad un corso per imparare ad usare il computer. "......non abbia a succedere che un vostro nipotino vi dica "stai lontano dal mio computer, potresti combinare guai!". Vi riporto questo discorso per scherzare su una realtà molto seria.
Quando, in tempi molto lontani, un film, bello o brutto che fosse, riempiva le sale, ci fu un imponente movimento d'opinioni che , vedendone soltanto il lato negativo, tendeva a distogliere gli aspiranti spettatori, e in modo speciali noi giovani, da un divertimento pericolosissimo per la morale. Un decennio dopo circa, i film, quelli adatti, e magari purgati, venivano proiettati nelle sale parrocchiali procurando ai ragazzini un enorme divertimento ed ai genitori un paio d'ore di pace domestica.
Ora lo sviluppo della tecnica e della scienza ci offre nuove possibilità. Non è meraviglioso che anche noi vecchietti possiamo approfittarne per un vicendevole aiuto?
Mi scuso di usare spesso la parola "vecchietto" al posto di anziano; spero che nessuno mi consideri poco rispettosa. Nella parola "vecchio" ci sento tanta verità mentre nella parola "anziano" ci sento l'ipocrisia. Chi legge sceglierà di chiamarmi come più gli piace.
Bella gente ,(come dice il Gabibbo) , vi prego, entrate nel mio sito, sarete i benvenuti.
Molto cordialmente vi saluto.
utente anonimo in DUE POST in UNOForse...
utente anonimo in GERMOGLI di ripensam...
utente anonimo in Sono mossa a PARLARE...
utente anonimo in GERMOGLI di ripensam...
utente anonimo in Sono mossa a PARLARE...
utente anonimo in Cari amici visitator...
soresina in La prima Guerra Mond...
utente anonimo in La prima Guerra Mond...
soresina in Chi è PROFETA...
MarcoVannucci in Chi è PROFETA...
I miei quadri su splinder
immagini, foto, quadri di Nedda
l'amico casamia
la mia amica spighetta
le mie bambole e i miei quadri
Morti bianche
voglio nominarti, Mamma Chioccia
oggi
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
bambini
bolzano
dialer
firenze
foto
giglio delle convalli
lynux
ninna-nanne
nipoti
nomination/gioco delle
novella
per bambini
pigotte
quadri a olio
risposta tardiva a md
vacanze
visitato *loading* volte
Il fattorino dell’Hotel Rialto
Davanti a casa mia passava il fattorino dell’Hotel Rialto, più d’una volta al giorno. Andava alla stazione a prendere i bagagli dei clienti, li caricava sul suo triciclo e peda-lava verso l’Hotel.
All’andata il pianale del triciclo era vuoto e, non so come cominciò, forse aveva ben in-terpretato i nostri sguardi bramosi, lui si fermava davanti a noi ragazzini, sorrideva be-nevole e ci permetteva di salire sul suo vei-colo. Oh, gioia! Il tratto era piano, non do-veva faticare molto per spingere il triciclo, e dopo c’era la discesa! Giù a rotta di collo! Si può credere quanto, la discesa sarà stata lunga cinquanta metri, dalla chiesetta delle Grazie fino al piazzale della stazione, ma a noi sembrava lunghissima! Quel cortese signore poteva essere dell’età di nostro padre. Forse il suo ricordo è andato perduto per molti, ma non per me. I bambini hanno buona memoria per le persone che li hanno offesi, e per le per-sone che sono state benevole con loro.
Negli anni ’20-’30, i turisti provenienti dal nord scendevano dal treno a Rovereto. Subito fuori stazionava un trenino a scartamento ri-dotto, adibito alla tratta Rovereto, Arco, Ri-va e viceversa.
Una volta arrivate alla stazione, lui si occu-pava dei clienti in arrivo e noi… prendevamo possesso del trenino “Rovereto-Arco-Riva del Garda. Le portiere erano sempre spalancate, bastava salire, ispezionare un po’ i vagoni ed accomodarsi dove si preferiva, magari sui di-vani della prima classe. E sognare ad occhi aperti lunghi viaggi avventurosi in terre lon-tane.
Un’occhiata ai portacenere per vedere se c’erano cicche da riciclare, niente, i ricchi viaggiatori fumavano sigarette col filtro.
Se ne servivano anche gli abitanti delle loca-lità che si trovavano lungo il percorso del trenino, ma molto di più erano coloro che pre-ferivano usare la bicicletta perché il trenino era troppo lento.
Sulle salite, ansimava, sbuffava e procedeva a passo d’uomo. Ricordo di aver visto dei giova-ni scendere dal treno all’inizio della salita, far quattro passi, scherzare cogli amici rima-sti al finestrino, fumare una sigaretta, e ri-salire sul treno quando la salita stava termi-nando.
Il trenino stazionava delle ore nel piazzalet-to: dava la coincidenza solo a certi treni ra-pidi.
Se a qualche ragazzino capitasse di leggere queste pagine resterebbe sicuramente stupito. Come, un trenino tutto a disposizione della piccola ma innocua banda di bambini? Certo, è la verità, allora era possibile quello che non è possibile ora, d’altra parte tante belle co-se che ci sono adesso a quei tempi non c’erano. Resta il fatto che noi potevamo gio-care con un trenino vero che così non lo aveva nemmeno il figlio d’un pascià, e ci eravamo arrivati non a piedi, bensì a bordo di un ro-busto triciclo! Avevamo preso due piccioni con una fava!
148. Operai e artigiani durante il ventennio
Molte brave persone dovettero soffrire prepo-tenze, abusi, discriminazione, specialmente sui luoghi di lavoro. Ilda, che ha lavorato per anni in fabbrica, ne sa qualche cosa. Ver-sò lacrime amare più di una volta, tanto che il papà, nonostante la famiglia avesse contato sul guadagno della figlia maggiore, volle che lasciasse il lavoro della fabbrica per impara-re un mestiere.
Non rimaneva che soffrire e tacere, non c’era nessuno cui rivolgersi per avere giustizia. Durante il fascismo ebbe vita anche una paro-dia di sindacati, le Corporazioni, fatti da fascisti dal primo scalino fino al più alto, tutti e solamente fascisti.
Nei laboratori, dove lavoravano poche persone, tutte di Rovereto o di zone vicine, e mai fa-natiche per il partito fascista, la vita era meno dura, almeno dal punto di vista delle prepotenze.
Anche Emilio imparò un mestiere, idraulico, impianti di riscaldamento ecc. Era alle dipen-denze della ditta Aldrighettoni, con sede in S. Maria: pochi dipendenti e ambiente tipo fa-miliare, mai problemi per discordanze di opi-nioni politiche. Emilio stette con loro alcuni anni, fu poi chiamato a fare il servizio di leva e poco dopo spedito in Abissinia a con-quistare l’“Impero degli straccioni”, come lo definivano i cari alleati d’Oltralpe. Come re-duce, concorse per un lavoro nella Manifattura Tabacchi e lo ottenne. Così terminarono i suoi rapporti di lavoro con la ditta Aldrighettoni.
La Befana diventa fascista
Ho scritto più sopra che il fascismo era pene-trato dappertutto. A quell’epoca si festeggia-va l’Epifania, una ricorrenza religiosa molto sentita dai credenti: si ricordava la manife-stazione di Gesù Cristo come Dio. Nei presepi apparivano i re magi con gli immancabili cam-melli e corteo di servitori neri. Portavano a Gesù Bambino oro, incenso e mirra, doni adatti a un Re. I doni ai bambini del Trentino li a-vevano portati Santa Lucia o il Bambinello, secondo i luoghi, secondo le varie consuetudi-ni.
Chi preparava l’albero, solitamente lo sce-glieva un abete bello alto. Dirò fra parentesi che le stanze avevano soffitti molto alti, se-condo i sistemi fabbricativi di allora. Dai rami, illuminati da candeline di cera, pende-vano piccoli doni, cioccolatini, torroni cara-melle, bambolottini di celluloide, trottole, automobiline ed altre cosette molto apprezzate dai bambini. I padroni di casa via via li staccavano per darli ai piccoli visitatori.
Molti addobbi abbellivano l’albero e lo rende-vano magico: campanellini, gnomi, funghetti, molte palline colorate di vetro sottilissimo, angeli, fili d’argento a simulare la neve e ninnoli d’ogni tipo; in vetta all’albero il puntale d’oro o d’argento con la stella come-ta.
L’Albero di Natale era un’usanza nuova,, venu-ta dalle nazioni del Nord-Europa, che fu se-guita dapprima dalle famiglie agiate e poi, con l’andar degli anni, divenne popolarissima, talvolta a scapito dell’umile, antico, italia-nissimo Presepe.
Al giorno d’oggi, l’albero di Natale è spesso un’accozzaglia di plastica lucente, così fitta che spesso nasconde addirittura il verde dei rami, quando l’albero stesso non è fatto di plastica.
Tornando all’Epifania, il fascio locale comin-ciò a festeggiare la Befana fascista! Poveret-ta, non solo era sempre stata vecchia, sdenta-ta, secca, e brutta, era arrivato il tempo di farla diventare anche fascista. Sarebbe stata più in linea, però, se invece della scopa le avessero messo avesse tra le mani un manganel-lo.
La Befana Fascista consisteva in sostanza nel consegnare dei doni ai bambini, figli dei fe-deli camerati, o segnalati dagli insegnanti perché molto bisognosi, o non so per quali al-tri motivi.
46. Le proiezioni dei missionari
Fin da bambina ho visto in casa la Rivista “Il missionario”. La figura del missionario rap-presentava il sacerdote che lasciava parenti, amici, la patria per andare molto lontano a predicare la Buona Novella. Periodicamente i Missionari rientravano in Italia per una va-canza o per raccogliere aiuti per quelle popo-lazioni che avevano bisogno di tutto. Nei giorni in cui soggiornavano in patria, visita-vano varie comunità parrocchiali per racconta-re delle loro esperienze e per farci conoscere quei popoli. Ricordo che il missionario illu-strava le sue parole con delle diapositive, le famose “proiezioni”
Mi sono rimaste nella memoria immagini di gen-te denutrita e immagini di cumuli di cadaveri, le vittime della fame e delle malattie.
Le “proiezioni” duravano un bel po’ di tempo, le immagini seguivano a distanza di minuti l’una dall’altra cosicché avevano tempo di stamparsi nella nostra memoria.
Ed ora rifletto che i popoli africani sono su per giù nelle condizioni in cui erano al tempo della mia infanzia. E sono passati più di ott’anni!
Leggendo la rivista ebbi modo di conoscere la figura di uno straordinario evangelizzatore e grande amico degli africani: Padre Daniele Comboni: recentemente è stato fatto Beato. Credo che fin dal tempo della mia infanzia la rivista “Il Missionario” fosse edita dai suoi confratelli i Padri comboniani.
Quella rivista costituì il mio primo impatto con razze e civiltà diverse dalla mia.
Quando i tempi furono maturi, non ebbi diffi-coltà ad aprire il mio cuore e la mia casa a gente di tutti i continenti, di tutte le raz-ze, di vari credi religiosi per aiutarli nei limiti delle mie possibilità. E quando abbiamo ospitato un eritreo, operaio di fabbrica, i suoi amici gli chiesero: come mai dei cristia-ni aiutano te che sei mussulmano?
Nella parrocchia di S. Maria delle Grazie (il famoso Isolotto) qualche anno fa, due giovani albanesi ricevettero il Battesimo. Poiché era-no stati accolti ed aiutati fraternamente dai cristiani vollero abbracciare quella religione che insegnava ad essere caritatevoli con chiunque.
Ora abito in campagna, e frequento una chie-setta che può contare soltanto sulla S. Messa prefestiva. Celebra un giovane sacerdote che viene dal Madagascar. Prima i missionari par-tivano per i paesi dell’Africa, ed ora che so-no vecchia l’Africa e altri continenti ci re-stituiscono il dono di sacerdoti per le nostre chiese che non hanno sacerdoti bastanti per il ministero. Date e vi sarà dato, disse Gesù. Beate allora le mamme dei missionari della vecchia Europa, beate ora le mamme africane e d’altri continenti! la Chiesa ha sempre avuto bisogno e sempre avrà bisogno di mamme che ac-cettano e assecondano nei loro figli la voca-zione al sacerdozio.
Il latino in tempo di guerra
Quando incontriamo un cattolico anziano di lingua straniera, possiamo recitare insieme il Pater, l’Ave Maria, il Gloria, il Credo perché anche lui, da ragazzo, ha imparato quelle pre-ghiere in latino, oltre che nella sua lingua materna. Almeno un millennio prima della glo-balizzazione di cui si discute ora, era stata raggiunta una prima forma di universalità con l’apprendimento delle preghiere più comuni in lingua latina.
Ricordo che nelle chiese dell’Alto Adige sen-tii pregare e cantare in latino.
Nella vallata in cui vivo da anni, sono ancora vive e doloranti le ferite prodotte dall’ultima guerra. Il parroco di un paese vi-cino durante la guerra poté aiutare la gente del luogo, parlando in latino con un ufficiale tedesco che lo aveva studiato quella millena-ria lingua a scuola.
In Germania ed in Austria, nei tempi passati i giovani destinati a raggiungere posizioni ele-vate nella società, dovevano studiare anche il latino. I collegi ospitavano anche studenti provenienti dai Paesi dell’Est che dovevano studiare, oltre alla propria lingua materna, la lingua tedesca perché lingua dominante e la lingua latina per raggiungere quella cultura completa, che avrebbe permesso loro di emerge-re in tutti i campi, una volta ritornati al Paese di origine.
Al mattino, a mezzodì e all’imbrunire suonava-no le campane dell’Angelus. Mia madre recitava a voce sommessa l’Angelus Domini e se eravamo presenti pregavamo con lei.
A quell’epoca persone devote tenevano in casa un altarino, solitamente posto sul cassettone, per onorare Gesù, Maria e i Santi e per “far lume ai morti”. Erano spesso abbelliti da fio-ri freschi e da lumini. Noi piccole facevamo l’altarino a maggio, in onore della Madonna. A capo del letto avevamo l’acquasantiera, che ci forniva l’acqua benedetta per il segno di Cro-ce prima di dormire. Ora l’acquasantiera si può trovare forse dall’antiquario, ma sul mer-cato non c’è.
Maggio era anche il mese dei fioretti, cioè delle piccole rinunce, in primissimo luogo la rinuncia a mangiare ciliegie nell’intero corso del mese. Nessuno ci aveva imposto una simile penitenza! Ce la davamo da noi stesse, perché era un fioretto molto grande non mangiare ci-liegie quando erano al punto perfetto di matu-razione, lucenti, profumate, tentatrici!
All’oratorio, ci davano una specie di càmice di carta bianca, ora si direbbe a forma di T-schirt, che noi chiamavamo l’“abitino dei fio-retti”. Sull’abitino c’erano trentun taglietti a forma di V, ogni fioretto ci autorizzava a rialzare uno di quegli angolini. Per la fine del mese cercavamo di aver completato l’abitino. Non so spiegare meglio questa fac-cenda degli abitini, sono certa che le lettri-ci anziane capiscono di che si tratta.
Mi interessa valorizzare quei semplici espe-dienti di cui i nostri educatori si servivano per abituarci alle piccole rinunce, a superare qualche difficoltà, ad obbedire ai genitori e ai superiori, a correggere qualche difetto di cui ci rendevamo conto, a perdonare le offese, a pregare con devozione, ad essere sincere e così via. Mi sembra giusto aiutare i bambini a migliorarsi, dando loro un qualche punto di riferimento che vada oltre la parola, un pic-colo traguardo da raggiungere che coinvolga i loro sentimenti.
Sopra il letto “grande” dei genitori c’era una stampa a colori rappresentante la Sacra Fami-glia, la mamma era riuscita a procurarsela d’occasione. Sopra i nostri letti non c’era nulla.
Ora gli arredatori d’appartamenti propongono nuovi soggetti da appendere ai muri, sopra i comodini, e c’è un’ampia possibilità di scel-ta, però non ci propongono più nulla che abbia a che fare con la religione. L’acquasantiera che pendeva accanto ai nostri letti ora non si troverebbe più da comprare sul mercato. Forse gli antiquari ne tengono qualcuna!
44. La mia Prima Comunione
Il giorno della Prima Comunione ci riunirono, comunicande e comunicandi, nella chiesa par-rocchiale di San Marco. Credo che fossimo due-cento e più, perché era consuetudine che tutti i bambini, arrivati alla seconda classe ele-mentare, passassero a Comunione.
Ero rimasta scioccata dalla prima confessione, che per me era stato un disastro, e temevo di non essere degna di ricevere l’Ostia Consacra-ta, così il mio primo incontro con Gesù più che gioioso fu angoscioso.
Se avessi avuto il coraggio di parlare, se a-vessi trovato qualcuno pronto ad ascoltarmi, il mio animo si sarebbe rasserenato e avrei potuto godere quel giorno e nei giorni seguen-ti di una gioia limpida, libera da un cruccio come il mio, risibile per gli adulti ma gravo-so per una bambina di sette anni.
Dopo aver ricevuto il Santo Sacramento durante la funzione, ognuno ritornò alla propria casa, e immagino che per l’occasione la mamma avesse preparato un buon pranzetto. C’era la famiglia al completo, nessun ospite e nessun regalo che potesse distrarre la piccola comunicanda dal suo impegno di trascorrere la giornata in modo raccolto. Il pomeriggio noi bambini ci ritro-vammo al ricreatorio per delle riflessioni e le preghiere, e per la fotografia di gruppo. Poi tornai a casa però non alcun ricordo di come trascorsi la serata.
Ogni membro della famiglia metteva al corrente gli altri di ciò che facevano i cittadini in una determinata circostanza, e portava a casa il suo piccolo contributo di nuove, cittadine usanze. Ilda raccontò che in sartoria l’avevano canzonata perché usava la parola “càneva”. Si doveva dire cantina, altrimenti si sarebbe passati per montanari ignoranti. Peccato che non avesse saputo ribattere che cànova e càneva sono parole della lingua ita-liana, né più né meno che la parola cantina.
Di quando in quando torno a parlare del dia-letto dei miei avi, perché mi bruciano ancora le piccole ferite che i nostri vecchi dovette-ro subire a causa del loro dialetto.
Come sarebbe stato bello sbattergli davanti il vocabolario e dirgli: “Guarda qui, io parlo italiano né meglio né peggio di te, e quindi non darti tante arie di superiorità solo per-ché sei cittadino”.
Emilio mi raccontava che a scuola il maestro lesse il tema di uno scolaro, e lo sbertucciò davanti ai compagni perché aveva scritto: “In un cantone della stanza…”
“Ah!” disse il maestro “la Svizzera ha i Can-toni, siamo in Svizzera noi?” ed i compagni non si lasciarono scappare l’occasione per ri-dere e sghignazzare di gusto.
È vero, non è molto elegante usare la parola cantone, forse “angolo” suona meglio, ma il vocabolario della lingua italiana dà alla pa-rola “cantone” vari significati, uno dei quali è propriamente “ angolo formato da due pareti che si incontrano. Così tanto impegno veniva posto per insegnare la lingua italiana, e nes-suna voglia di valorizzare e di salvare quel che di valido c’era nel nostro dialetto.
Tempo fa ebbi modo di pranzare in un ristoran-te alla periferia di Rovereto. Chiedemmo “ca-nederli” convinti che non ci sarebbero stati problemi. Sul vocabolario la voce canederli viene spiegata così “speciali gnocchi della cucina tirolese e trentina”, e mio genero, pi-sano, sarebbe stato molto contento di assag-giare quella famosa specialità, ma il ristora-tore ci guardò come se avessimo chiesto la lu-na.
Perché il ristoratore ci guardò in quel modo? Forse i canederli erano un cibo troppo plebeo per trovar posto sul menu di quel ristorante? Il peggio è che non si rammaricò per nulla di non poterci accontentare. Sembrava volesse dirci:
“Proprio i canederli andate a cercare?”
Certamente io ed i miei familiari non lo di-sturberemo una seconda volta!
38. Rondini
Quando l’afa estiva era al colmo e incombeva il temporale, stavo alla finestra a guardare le rondini: volavano basse e veloci lungo la via nel loro incessante andirivieni in cerca d’insetti. Erano i momenti in cui le vedevo da vicino, a pochi metri da me, perché col tempo bello si libravano in alto, sopra i tetti del-la città.
Le rondini che si preparavano a partire erano uno spettacolo stupendo. Alla fine di settem-bre le rondini delle città cominciavano a ra-dunarsi sui fili della luce. Ogni dì più nume-rose stavano lì giorno e notte, allineate, garrule, in attesa delle ritardatarie e del momento propizio per la partenza.
Il petto e il capino candidi, dorso e ali ne-ri, posate sui fili della luce, sembravano no-te musicali contro l’azzurro del cielo. Quante ce n’erano allora! Io le vedevo radunarsi sui fili della luce di via Dante, mentre andavo a scuola.
Adesso non ho più il piacere di godere un così bello spettacolo.
Quando abitavo al quinto piano d’un palazzone di periferia, le rondini tornavano ad ogni primavera al nido che avevano murato sotto il tetto. Quando fu rifatta la facciata dell’edificio, gli operai distrussero il nido, le rondini arrivarono stremate dalle fatiche del lungo viaggio e non ebbero la forza di ri-costruirlo. In quei giorni pioveva senza in-terruzione e la temperatura era bassa. Stette-ro alcuni giorni sul tetto della casa di fron-te, tutte intirizzite ed una mattina raccolsi una rondine che era venuta a morire sulla mia terrazza. L’anno seguente, altre rondini ri-tornarono e costruirono il nuovo nido sull’altra facciata dell’edificio.
Abito in campagna ma non vedo rondini intorno. Ci sono uccelletti molto simili, senza però la loro linea slanciata e l’elegante livrea bian-ca e nera.
Le rondini hanno avuto molto spazio nel mio mondo di bambina, sia in casa che a scuola. Quanti temi, poesie, disegni, canti riguarda-vano questi uccelli amici.
Una poesia di Giovanni Pascoli dice:
“Tornava una rondine al tetto.
L’uccisero, cadde tra spini.
Aveva nel becco un insetto,
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là…
…il nido che attende,
e pigola sempre più piano”.
Bella è anche la canzone che qualcuno ricorde-rà.
“Oh Dio del cielo se fossi una rondinella! …”
“Oh, Dio del cielo, se fossi una rondinella!
Vorrei volare, vorrei volare,
vorrei volare in braccio alla mia bella!”
La rondine era sinonimo di libertà: libero co-me una rondine!
Non ho mai visto i miei nipotini disegnare rondini, certamente ora loro ne vedono ben po-che, mentre nella mia infanzia esse popolavano il cielo sopra Rovereto, sfrecciavano instan-cabili nei loro rapidi voli, e i quaderni di scuola erano pieni di pensierini e di disegni di rondini.
Senza le rondini il cielo è meno bello e meno vivo.
Garrule amiche dei miei anni verdi, addio!
Il mercato si teneva invariabilmente il marte-dì mattina: era una mercato grande, perché va-niva molta gente dai paesi ad aggiungersi a quella di città.
Anche il mercato era per me fonte di innumere-voli informazioni e di qualche spettacolino interpretato dai venditori, apposta per atti-rare acquirenti. Uno spettacolo lo davano i venditori di “musica” sotto forma di grandi fogli colorati con le canzoni in voga; accom-pagnavano la loro offerta con scherzose parole di commento sui testi, con accordi di fisarmo-nica, accenni delle varie melodie e con l’esibizione di un vecchio orso accosciato le-gato a una robusta catena.
Ce n’era d’avanzo per tenermi lì inchiodata ad ascoltare e a guardare.
Il moderno menestrello cantava:
“ Signorine, non guardate i marinai, perché, perché,
vi potrebber combinare tanti guai, perché, perché..
Coniugando il verbo amar,
lor vi insegnano a nuotar
poi vi lasciano affogar!
Signorine, non guardate i marinai…”
Una canzone parlava di un uomo geloso ma che geloso non voleva apparire:
“No, non è la gelosia,
ma è la passione mia;
quando ti guardano gli altri
io fremo perchè
la tua bellezza
la voglio soltanto per me!”
Il menestrello strizzava l’occhio e faceva ri-dere il crocchio di persone che gli stavano davanti. Qualcuno degli spettatori avrebbe comprato il grande foglio colorato su cui c’erano i testi delle canzoni e lo avrebbe portato a casa dove più d’un conoscente sareb-be venuto a copiarselo.
Al mercato c’era un venditore di cravatte ci-nese. Ne teneva alcune di riserva posate su di un braccio e ne teneva una in mano in bella mostra, mentre ripeteva una continua cantile-na:
“Clavatte! Clavatte! Una lila, una lila!”
Io guardavo lui, i suoi occhi a mandorla ed il suo viso: m’ero aspettata che la sua pelle fosse veramente gialla, tipo limone o pulcino ed invece la vedevo solo pallida!
Perché, allora, ci dicevano che i cinesi hanno la pelle gialla?
Un giorno mi fermai davanti al banco dei frul-latori per montare le chiare d’uovo. Il vendi-tore parlava, parlava, mentre apriva un uovo, versava la chiara dentro un cilindretto e sbatteva il tuorlo dentro un secchio. Muovendo in su e in giù lo stantuffo dentro il cilin-dretto, la chiara si gonfiava ed in pochi se-condi appariva completamente montata a neve.
Io guardavo meditabonda il secchio coi tuorli: Che spreco! Pensavo.
Il venditore mi chiese:
“Bambina, hai il maschio a casa?”
Risposi pronta:
“Sì, siamo un maschio e quattro femmine”.
Lui sorrise e disse:
“Ti ho chiesto se a casa tenete il maiale, nel qual caso ti avrei dato i tuorli che sono nel secchio!”
Ohimè! Che figuraccia! Che vergogna provai! e me ne andai via mogia mogia.
Poiché me ne ricordo dopo tanti anni, vuol di-re che ci rimasi male davvero!
Mi fermavo anche davanti al banco dei dolciu-mi: ammiravo soprattutto delle minuscole boc-cettine piene di coloratissimi granellini dol-ci. C’erano quelle panciute e quelle col collo sottilissimo e lungo.
Non ricordo se c’era il banco dei balocchi, o almeno non mi ricordo di essermi fermata da-vanti a balocchi in mostra. Già avevo a mia disposizione le vetrine della città in cui a-vrei potuto ammirare belle bambole d’ogni ti-po, perfino la bambola di panno “Lenci”, il sogno di ogni bambina dei miei tempi.